La Carbonizzazione

 LE CARBONAIE SICILIANE: TRA STORIA E CULTURA

 (di E. Crimi)

     Fino a pochi anni addietro, nei territori montani si consumavano tonnellate di carbone per il riscaldamento domestico. I carbonai erano uomini votati al duro lavoro fra i boschi a tagliare e a trasformare la legna fresca in carbone. Il mestiere del carbonaio, come l’aspra vita tra i monti delle popolazioni rurali, era duro e difficile ed anche oggi, per i pochissimi carbonai che ancora continuano l’attività, non è cambiato molto. La tecnica è sempre la stessa e inizia con la preparazione della piazzola dove predisporre la carbonaia. Questo è un lavoro laborioso perché queste piccole aie devono avere alcune caratteristiche fondamentali, infatti, devono essere ovali o ellittiche, collegate da strade o sentieri, devono trovarsi lontane da correnti d’aria ed essere costituite da un terreno sabbioso e permeabile e nel caso di terreni scoscesi, sono sostenute da muri a secco in pietra e durante la preparazione delle carbonaie, vengono ripulite accuratamente.

     Ancora oggi, percorrendo i versanti montani s’incontrano sovente i pianori dove un tempo si erigeva la carbonaia e si produceva il carbone. Una volta preparata la piazzola, si procede al taglio degli alberi e si appronta la carbonaia attraverso la delicata e attenta costruzione a forma di cono della grande catasta di legna, che prevede la posa dei tronchi in forma obliqua verso l’interno in modo circolare e a strati, sino a raggiungere la grandezza della carbonaia che si desidera, per proseguire con la cottura di questa grande catasta di legna, idoneamente coperta di foglie o felce e zolle di terra. Questa copertura serve ad evitare che la legna semplicemente bruci e si riduca in cenere. Infatti, per trasformare la legna in carbone si deve scaldare la catasta fin verso i 350-400°, anche per più giorni, ma limitando al minimo l’apporto di ossigeno, ossia evitando una combustione generalizzata. Durante la costruzione della carbonaia, si avrà cura di praticare dei cunicoli intorno al cono e nella parte centrale della catasta si congegnerà un canale di sfogo, chiamato camino, quì verrà introdotta la brace per l’accensione della carbonaia.

     Dopo l’accensione, attraverso un sofisticato lavoro con una metodica affinata sempre più dall’esperienza e da una tradizione secolare, mediante i cunicoli suddetti, tappando e stappando con maestria, si avrà cura di fare carbonizzare anche gli strati inferiori della catasta che a volte, a causa delle repentine correnti d’aria o altri fenomeni atmosferici, possono andare parzialmente o interamente distrutti. Il fuoco comincia nella parte bassa della carbonaia e poi sale lentamente fino alla cima, quando il fumo esce copioso, si alimenta il fuoco con nuova legna, quindi il canale si chiude con una pietra adattata o della terra e il fumo a questo punto esce dai cunicoli in basso nella carbonaia, finché una consistente fiammata alla sommità annuncia l’avvio definitivo del processo di carbonizzazione, quindi inizia la lentissima e imperfetta combustione che fa salire la temperatura interna a valori sufficienti alla cottura del legno e alla sua trasformazione in carbone. Almeno otto giorni sono necessari per ottenere una produzione media di carbone, durante i quali il carbonaio, trascorre giorno e notte il suo tempo in un pagliaio senza potersi allontanare per nessun motivo dal luogo, per seguire continuamente la cottura del legname, controllare il tiraggio e vigilare affinché non si creino dei vuoti d’aria all’interno del cumulo che potrebbero provocare l’incenerimento della carbonaia. Per evitare ciò si deve battere con un grosso bastone la parte esterna della carbonaia. In base al colore del fumo che fuoriesce dai fori laterali, il carbonaio può vedere l’andamento della combustione: solo quando il fumo è turchino e trasparente il carbone è pronto.

     Per una carbonaia di 100 quintali ci vogliono 8 quintali di legna per alimentarla e nel corso della carbonizzazione la legna diminuisce del suo volume di circa il 40% e del suo peso dell’80%. Conclusa la cottura, si toglie la copertura lasciando che il carbone si raffreddi per circa 12 ore e subito dopo si procede alla suddivisione del carbone in varie pezzature e poi si insacca. La qualità del carbone ottenuto varia a seconda della bravura ed esperienza del carbonaio, ma anche dal legname usato. Il carbone di ottima qualità deve “cantare” bene, cioè fare un bel rumore.

“In fondo il mondo é cambiato profondamente rispetto a tempi dei carbonai, ma è bello constatare l’immutabilità dei luoghi dove veniva prodotto, che ci fanno apprezzare ancor di più il ricordo del passato. Qua, come nelle memorie, resta un panorama integro e compatto proprio come ai tempi dei carbonai.”.

     Percorrendo i versanti montani s’incontrano sovente i pianori dove un tempo si erigeva la carbonaia e si produceva il carbone. Queste piazze si possono riconoscere osservando attentamente il terreno e le strutture. Le piazze dei carbonai sono i luoghi dove nei secoli passati si produceva il carbone di legna col metodo tradizionale della carbonaia, ossia prima allestendo una catasta conica o emisferica di legna ricoperta con materiale isolante (fogliame, frasche, pacciame, terra bagnata, piote umide o simili), e poi dando fuoco e controllando la cottura della legna fino a carbonizzazione ultimata. Lo spazio dove si edificava la carbonaia doveva essere perfettamente orizzontale. Per questo si realizzava una sorta di piazza modificando localmente il versante tramite uno scavo verso monte e il riporto del materiale estratto verso valle. In molti casi a sostegno del terrapieno veniva posto anche un muretto.

 

La carbonaia

 

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