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SERVIZIO ANTINCENDIO BOSCHIVO

 

Testo a cura di Enzo Crimi – già Commissario Superiore del Corpo Forestale della Regione Siciliana, saggista, divulgatore ambientale e naturalista, esperto di problemi del territorio.

 

Il mio primo pensiero in questo post è per tutti coloro che sono caduti nello spegnimento incendi e sono vicini a Dio e anche per le loro famiglie.

In questo periodo, ci stiamo avviando verso la stagione estiva e con essa arriva il disastroso fenomeno degli incendi, ed ecco che immediatamente emerge ancora una volta la fragilità e lo stato di abbandono ed incuria in cui versa il territorio siciliano. Nell’ultimo decennio, a causa degli incendi, sono andati distrutti in Italia oltre 300.000 mila ettari di bosco e terre naturali che rappresentano poco più del 3% dell’intera superficie boscata nazionale, questo dovuto alla disattenzione, all’imprudenza e soprattutto al dolo. Purtroppo, é risaputo che tale perdita non viene idoneamente rimpiazzata dalla rinnovazione naturale né attraverso il rimboschimento artificiale. Gli incendi boschivi si concentrano prevalentemente nei mesi di luglio e agosto, con una coda rilevante a settembre. All’interno delle aree protette, ricade il 27% della superficie territoriale totale percorsa dal fuoco e di questa, il 28% é boscata.

La fonte dei dati che andremo ad analizzare più avanti in questo elaborato e che riguardano gli incendi degli ultimi 10 anni, è stata attinta dalle Relazioni tecniche annuali del JRC – Joint Research Centre-EU o Centro Comune di Ricerca – Dipartimento della Commissione Europea (da adesso in avanti identificato come JRC), che fornisce conoscenze ed elementi scientifici indipendenti,sulla base dei dati mappati, registrati e sviluppati dall’EFFIS – European Forest Fire Information Sistem o meglio Sistema Europeo di Informazione sugli Incendi, (da adesso in avanti identificato come EFFIS). Questo sistema informativo sugli incendi che interessano il continente europeo, é diventato operativo nel 2000 ed è sostenuto dal lavoro di ricerca svolto presso il JRC, supportato da altri servizi della Commissione europea e con i dati ufficiali forniti dai Paesi europei contributori ( Per l’Italia sino alla fine del 2016, informazioni prodotte dal Corpo Forestale dello Stato).Istituito dalla Commissione Europea (CE) in collaborazione con le amministrazioni nazionali dei vigili del fuoco e da una rete di specialisti dei paesi del cosiddetto gruppo di esperti sugli incendi forestali, EFFIS ha lo scopo di armonizzare nell’UE e nei paesi limitrofi, le informazioni aggiornate e affidabilirelative alla protezione delle foreste contro gli incendi che interessano l’Europa e il Mediterraneo. Il sistema fornisce un monitoraggio continuo della situazione riguardo gli incendi boschivi,la mappatura delle aree bruciate su scala europea e invia regolarmente aggiornamenti dei servizi alla CE durante la principale stagione degli incendi. L’insieme di notizie basate su informazioni provate e ricevute dalle autorità italiane sul tema specifico degli incendi boschivi, vengono utilizzati per sostenere le politiche dell’Unione Europea, in modo da avere un impatto positivo sulla società. Nel tempo EFFIS si è sviluppato ed è in continua espansione, i moduli originali di previsione del pericolo di incendio e valutazione dei danni sono stati migliorati e sono stati accresciuti con moduli aggiuntivi. Dall’anno 2015 EFFIS fa parte del programma Copernicus dell’UE, che é la componente di osservazione della Terra del programma spaziale dell’Unione Europea che guarda al nostro pianeta e al suo ambiente a beneficio di tutti i cittadini europei. Nell’ambito del Servizio di Gestione delle Emergenze (EMS), “Copernicus” è il programma che utilizza enormi quantità di dati globali provenienti da satelliti e da sistemi di misurazione terrestri, aerei e marittimi e offre servizi di informazione che attingono dall’osservazione della Terra satellitare e dai dati in situ (non spaziali) e aiutano i prestatori di servizi, le autorità pubbliche e altre organizzazioni internazionali a migliorare la qualità della vita dei cittadini europei. I servizi di informazione forniti sono accessibili agli utenti del programma in modo libero e gratuito.

Appare utile avvertire chi legge questo scritto e per come messo in chiaro da JRC nel suo rapporto di mappatura e divulgazione, chei dati riportati nei propri reports incendi che abbiamo acquisito, elaborato, redatto e che leggerete di seguito sono ufficiali, tuttavia, per certi versi sono sicuramente da considerare orientativi perché in difetto in quanto, il modulo di rilevamento delle aree percorse dal fuoco di EFFIS, utilizza le immagini satellitari cosiddette “MODIS” che hanno una risoluzione spaziale al suolo di circa 250 metri. Tali parametri di riferimentoche quantificano il grado di dettaglio delle immagini, consentono solo la mappatura degli incendi di grandi superficiche hanno un’estensione di almeno Ha. 30 o anche più, mentre restano fuori dal monitoraggio le superfici minori che spesso sono consistenti, in particolare nel territorio italiano. Questa aporìa, non dovuta certo ad una leggerezza culturale e del sapere scientifico, sembra piuttosto trattarsi di una debolezza strategica tecnologica che purtroppo, si ripercuote nell’analisi dei dati riguardo gli incendi come numero, estensione delle superfici e definizione tipologica del soprassuolo percorso da incendi. Tale condizione rende complicata un’armonizzazione e uniformità reale, tra i sistemi di rilevamento europei da un lato e la redazione e segnalazione degli Enti preposti italiani dall’altro lato ( Sino alla fine del 2016, informazioni prodotte dal Corpo Forestale dello Stato). Per gli addetti ai lavori, risalta subito una catalogazione squilibrata e ampiamente al disotto della realtà quantitativa nei reports europei, mentre nella effettività nazionale riportata anche negli inventari forestali, i terreni percorsi dagli incendi sono molto più estesi e conseguentemente i danni maggiori. Ad ogni modo, la consapevolezza di tale anomalìa è riconosciuta dalle istituzioni europee, tanto che riconoscono che i terreni percorsi da incendi mappati da EFFIS corrispondono realmente, in media dal 75% all’80% circa dell’area totale bruciata ogni anno (fonte JRC), dunque ai sottoelencati dati, statisticamente vanno aggiunte le percentuali appena riportate sopra.

Incendi in Italia e Sicilia nel decennio 2013 – 2022.

Nel 2013 sull’intero territorio nazionale si sono verificati 2.936 incendi boschivi che hanno percorso una superficie complessiva di 29.076 ettari, di cui 13.437 boscati.Rispetto al precedente anno 2012, il numero complessivo di incendi boschivi è diminuito del 65%, mentre le superfici totali percorse dal fuoco sono diminuite di quasi l’80%. Il dato risulta essere tra i più bassi dell’intera serie storica, ben al di sotto delle medie di lungo periodo.La superficie totale percorsa dal fuoco in Sicilia è di Ha.5.089, dei quali Ha. 2.083 boscati, mentre il numero degli incendi complessivo è di n°458.

Nel 2014 in tutto il Paese ci sono stati 3.257 incendi boschivi che hanno bruciato un’area totale di 36.125 ettari, di cui 17.320 boscati.La Sicilia è stata investita dal grande caldo africano ed è cresciuto anche il fenomeno incendi, infatti, si sono verificati 938 incendi boschivi che hanno percorso una superficie complessiva di 20.555 ettari, di cui 9.079 boscati.

Nel 2015 sull’intero territorio nazionale si sono verificati 5.442 incendi boschivi che hanno percorso una superficie complessiva di 41.511 ettari, di cui 25.867 boscati e 15.644 non boscati. Rispetto al periodo 2000-2014 sono risultati inferiori alla media sia il numero di incendi (-18%) che le superfici totali percorse dal fuoco (-46%); le superfici boscate interessate rappresentano il 62% del totale dell’anno, rispetto al 48% della media di ripartizione nel lungo periodo. Questa diminuzione degli incendi, secondo gli esperti è segno di una buona efficienza complessiva nelle azioni di contrasto, lotta attiva e contenimento da parte della macchina organizzativa, nelle sue componenti terrestre e aerea, nonché delle azioni di prevenzione e repressione svolte a livello investigativo contro gli autori del reato di incendio boschivo, ai sensi dell’art.432bis del codice penale. In Sicilia, si sono verificati 830 incendi che hanno percorso una superficie complessiva di 6.547 ettari, di cui 2.234 di superficie forestale boscata ed ettari 4.313 di superficie non boscata, dunque, una diminuzione degli incendi rispetto all’anno precedente.

Dal 1° gennaio a fine novembre 2016, su scala nazionale, si sono verificati circa 4.793 incendi che hanno interessato una superficie complessiva di ettari 47.926 circa, dei quali Ha.21.444 boscati, tale aumento in rapporto al 2015, viene associato a fenomeni climatici particolari. A fronte di tale situazione si sono registrati profondi mutamenti nel tessuto sociale ed economico del Paese che saranno oggetto di riflessione e scambio d’idee tra esperti del mondo accademico, tecnici, politici ed amministratori, tutti tentano di capire i mutamenti e gli sviluppi associati al fenomeno tristemente presente nel panorama nazionale degli incendi boschivi, che rappresentano una grave piaga per il nostro Paese che torna puntualmente alla ribalta ogni estate. Sul territorio siciliano si è registrato un accrescimento, infatti, sono verificati 841 incendi che hanno percorso una superficie complessiva di 16.102 ettari, di cui 5.252 di superficie forestale boscata ed ettari 10.850 di superficie non boscata.

Il 2017 è stato un anno da record in tutta Europa e la Sicilia è stata la regione italiana con la superficie bruciata più estesa: 34.221 ettari totali di cui Ha.15.785 di bosco e circa n°1.113 incendi. Anche a livello nazionale la campagna antincendio non è stata incoraggiante, i dati definitivi hanno registrato un trend negativo di grande rilevanza nell’aumento degli incendi boschivi che sono stati circa n° 7.855, un dato importante che necessita di particolare attenzione, infatti, sull’intero territorio nazionale sono andati distrutti circa 161.987 ettari di superficie, dei quali Ha. 113.567 boscata.

Nel 2018, grazie alle abbondanti piogge e alle temperature più basse, si è avuto un calo drastico dei terreni percorsi da incendi boschivi del 90% rispetto al 2017 che è stato invece un anno terribile. Infatti, gli incendi sono scesi a n°3.220 che hanno percorso Ha.19.481, dei quali Ha. 8.805 boscati.Anche sul territorio siciliano nel 2018, si è avuto un calo drastico dei terreni percorsi da incendi boschivi, infatti, sono stati accertati n° 522 incendi e una superficie percorsa dal fuoco è stata Ha. 10.674, dei quali Ha.3.915,4.

L’analisi della campagna antincendio in Italia del 2019, a causa delle alte temperature si è chiusa con un energico incremento dei terreni boscati percorsi da incendi di circa il triplo rispetto al 2018 che è stato invece un anno modesto riguardo gli incendi boschivi. Infatti, nel 2019 gli incendi boschivi sono saliti a n°4.351 che hanno percorso Ha.36.034, dei quali Ha.17.716,9 boscati. Sul territorio siciliano la superficie interessata dagli incendi nel 2019 é stata di Ha. 10.734,1, dei quali 1.929,2 Ha. boscati, gli incendi sono stati n°819.

Anche nel 2020 gli incendi a livello nazionale hanno fatto un grande balzo avanti rispetto agli anni precedenti. Il territorio della nostra penisola ha subìto circa 4.865 incendi per una superficie di circa 55.656,5 ettari, dei quali Ha. 31.060,3 boscati. Il maggior numero di incendi in Italia si è verificato in Sardegna, seguita da Campania, Calabria e Sicilia dove c’è stata un’impennata del numero degli incendi con il 56% in più rispetto al 2019 e anche della superficie boschiva bruciata. Infatti, nel 2020 gli incendi nella nostra isola sono stati n° 575 ed hanno mandato in fumo 23.447 ettari di verde dei quali Ha.11.627. Circa il 25% delle zone divorate dal fuoco in Europa si trovava all’interno dei siti Natura 2000, le aree di biodiversità dell’UE.

Dall’analisi della campagna antincendio 2021, è emerso che l’Italia ha centrato un nuovo record negativo, infatti, luglio 2021 é stato il mese piu’ caldo di sempre in Europa e l’Italia è stata la prima per incendi dei terreni boscati. Il territorio italiano nel 2021 è stato interessato da circa 5.989 incendi che hanno mandato in fumo 151.964 ettari di aree verdi ed Ha.77.027,1 boscati, con un costo per il nostro paese di oltre un miliardo di euro tra costi relativi al personale regolare e straordinario, costi di manutenzione e usura dei mezzi di terra e dei velivoli, quelli sostenuti per il ripristino della compagine boschiva, danni causati dalla diminuzione della produzione di prodotti del sottobosco. Una tragedia che ha interessato in modo particolare tre Regioni: Calabria e Sardegna, tuttavia, più di tutte è la Sicilia ad aver sofferto delle ferite più profonde, conn°978 incendi e oltre 59.872 ettari di verde bruciati, dei quali Ha.29.947 boscati.

Il 2022 è stato il 2° peggiore anno per gli incendi di sempre nell’Unione Europea, infatti, é andata bruciata complessivamente una superficie di 837.212 ettari e i danni causati dagli incendi, hanno superato quelli del 2021 e sono inferiori solo a quelli del 2017.Circa 365.308 ha sono state mappate all’interno dei siti protetti della rete Natura 2000 che hanno subìto n°3324 incendi. Anche per numero di incendi il 2022 è stato un anno eccezionale: dal rapporto preliminare del Sistema europeo d’informazione sugli incendi boschivi (EFFIS)che precede la relazione annuale finale di ottobre 2023, gli incendi sono stati oltre 2000 mila. Mentre l’Italia ha perso 68.510 ettari di superficie, della quale circa 14.000 boscata a causa di 1.426 incendi, la Spagna è stata la più colpita dagli incendi e tra i 5 Paesi europei più colpiti ci sono anche Romania, Portogallo, Bosnia-Erzegovina e Francia. In Sicilia, si sono verificati 830 incendi che hanno percorso una superficie complessiva di 6.547 ettari, di cui 2.234 di superficie forestale boscata. Quella del 2022 è stata una campagna antincendio caratterizzata dal concomitante fenomeno della siccitàconsiderata la peggiore degli ultimi 500 anni e da ondate di calore estivo che hanno colpito l’Italia e tutto il continente europeo. Sia la siccità che le ondate di calore estive sono favorite dal cambiamento climatico, a cui dunque si può associare l’aumento della gravità degli incendi di questi ultimi anni. Anche nel Nord Italia, in zone che tradizionalmente non risultano particolarmente coinvolte dal fenomeno degli incendi boschivi durante la stagione estiva, si sono verificati importanti incendi che hanno messo a dura prova il sistema di protezione. Tuttavia, il maggior numero di richieste antincendio è partito da Sicilia e Calabria, che insieme hanno rappresentato circa il 50% del totale nazionale.

Secondo alcune stime dell’EFFIS, ogni anno sono oltre 45.000 gli incendi boschivi di grandi dimensioni che si verificano in Europa, interessando oltre mezzo milione di ettari tra foreste e altre terre boscate e naturali. Il sistema fornisce informazioni aggiornate sull’evoluzione degli incendi boschivi e purtroppo le notizie per la stagione antincendio riguardo il corrente 2023 non sono molto confortanti. Infatti, Spagna, Portogallo e Francia sin dai primi mesi del 2023 si stanno confrontando con incendi di una certa ipervirulenza che in qualche misura è collegata alla persistente siccità in Europa.Sia la siccità che le ondate di calore estive sono favorite dai cambiamenti climatici in corso, causati dalle deleterie emissioni in atmosfera che stanno giocando un ruolo sempre maggiore nel determinare i regimi degli incendi insieme con le attività umane, dunque, possiamo associare a questo fenomeno l’aumento della gravità degli incendi di questi ultimi anni.Gli effetti dei cambiamenti climatici diventano più evidenti di anno in anno, una tendenza chiaramente visibile mostra livelli più elevati di pericolo, stagioni degli incendi più lunghe e intensi “mega incendi” a rapida diffusione, che sono difficili da domare con i mezzi tradizionali.

Dunque, gli incendi non rispettano né i confini né le aree protette, infatti, hanno colpito duramente i siti Natura 2000 e questo fenomeno desta particolare preoccupazione in quanto questi siti comprendono gli habitat di particolare interesse e ospitano specie vegetali e animali in via di estinzione.Dal suddetto monitoraggio ufficiale, resosi indispensabile per monitorare e mappare uno dei fenomeni più devastanti come gli incendi boschivi, non solo in Italia ma in tutta Europa, si certifica che la Regione Sicilia, è stata messa più a dura prova dai numerosi incendi. Gli incendi boschivi stanno cambiando, l’ambiente forestale e le sue interazioni con il clima e la società hanno nuove connotazioni e la stagione incendi è sempre più lunga, ed eventi meteorologici estremi come ondate di calore e siccità sono più frequenti e aumentano lo stress idrico della vegetazione rendendola altamente infiammabile. Secondo il rapporto ”Un Paese che brucia” pubblicato da Greenpeace e da SISEF (Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale) c’è il pericolo che nei prossimi anni si verifichino sempre più spesso i così detti grandi incendi forestali che sempre più frequentemente causano gravi conseguenze quando incontrano infrastrutture. Quando poi il tessuto urbano è composto da una combinazione di abitazioni e vegetazione infiammabile, gli incendi attraversano queste zone provocando morti e devastazione. Sono eventi estremi, in cui la velocità di espansione dell’incendio, la presenza di fronti secondari e l’intensità dell’incendio supera le capacità di spegnere o contenere le fiamme da parte dei sistemi antincendio regionali. I cambiamenti climatici, con lunghi periodi di siccità, e condizioni meteorologiche estreme, sono capaci di alimentare e potenziare gli incendi e far sprigionare un’energia infuocata che spesso diventa ingestibile. Inoltre, un tempo il territorio veniva coltivato e capillarmente gestito (si pensi al pascolo e sfalcio di vaste porzioni del territorio). Oggi l’abbandono delle campagne, con conseguente crescita continua e omogenea dei boschi, insieme all’incuria di questi territori che porta all’accumulo di vegetazione secca e morta crea condizioni di scarsa controllabilità delle aree una volta innescato l’incendio. Il presidio delle campagne, dimostra come la presenza di aree rurali ben organizzate dal punto di vista spaziale potrebbe contribuire al governo degli incendi. Insomma, in Italia è venuta meno una cultura forestale. Siamo una popolazione in prevalenza urbana e conosciamo poco il bosco e i suoi meccanismi. Diventa auspicabile acquisire una sempre più diffusa sensibilità e negli anni costruire una conoscenza culturale verso l’ambiente.

Il costo che lo Stato è costretto a pagare ogni anno a causa degli incendi boschivi è molto salato: è uno di quei casi in cui il prezzo che paga lo Stato è tangibilmente pagato da ogni singolo cittadino. Il fuoco sottrae fisicamente anche un bene al singolo: il patrimonio boschivo. Gli incendi hanno un impatto potente e negativo sugli ecosistemi ed in particolare su piante e animali selvatici. Affinché almeno si limitino i danni causati dagli incendi, dovrebbe essere posto in opera, il principio fondamentale che sempre ha dato eccellenti risultati: la prevenzione. In questo percorso il cittadino ha un ruolo molto importante, poiché un incendio viene spento quanto più rapidamente lo si avvista e lo si raggiunge. Solo attraverso un approccio integrato a livello di sistema collettivo, ognuno per le proprie competenze a tutti i livelli di responsabilità, si potrà cercare di contrastare il fenomeno degli incendi che rappresenta un’emergenza globale di carattere sia ambientale che economico, che, oltre ai boschi, può minacciare tanto le infrastrutture quanto gli insediamenti, con potenziale pericolo di possibili perdite di vite umane assolutamente inaccettabili. L’Università di Padova ha studiato il fenomeno degli incendi boschivi proprio in quest’ottica economica e dai dati emerge che ogni anno, tra costi relativi al personale regolare e straordinario, costi di manutenzione e usura dei mezzi di terra e dei velivoli, quelli sostenuti per il ripristino della compagine boschiva, danni causati dalla diminuzione della produzione di prodotti del sottobosco, si giunge a valutare un costo complessivo di oltre 500 milioni di euro. A questi costi, sociali e ambientali, di recente se ne è aggiunto uno nuovo che appesantisce ulteriormente il conto dei danni prodotti dagli incendi boschivi. Infatti, tra le nuove funzioni attribuite alle foreste negli ultimi decenni c’è quella strategica del contenimento dei gas ad effetto serra, argomento incluso nel Protocollo di Kyoto, strumento della Convenzione ONU sui cambiamenti climatici, che l’Italia ha sottoscritto. Nel corso di un rogo si liberano nell’aria, in media, tra le cinquanta e le cento tonnellate di anidride carbonica per ettaro, in precedenza conservate nei tessuti vegetali delle piante e nel suolo.

Tutti i tecnici tentano di capire i mutamenti e gli sviluppi associati al fenomeno tristemente presente nel panorama nazionale degli incendi boschivi, che rappresentano una grave piaga per il nostro Paese che torna puntualmente alla ribalta ogni estate. Gli incendi stanno devastando ancora gran parte del nostro territorio e dietro alle fiamme c’è sempre la mano volontaria o involontaria dell’uomo, un uomo consapevole o inconsapevole del dramma e della catastrofe ecologica connessa al crepitio delle fiamme, un uomo che si chiama “incendiario” e non piromane, come spesso viene chiamato, anche da alte personalità Istituzionali. La piromania è una grave patologia che statisticamente non influisce nel fenomeno. Infine, bisogna anche dire che l’incendio boschivo, sia doloso che colposo, è un delitto contro la pubblica incolumità, e come tale, è perseguito penalmente. Infatti, chi provoca un incendio con dolo è punito con la reclusione da 4 a 10 anni. Se invece l’incendio è cagionato per colpa, la pena è la reclusione da 1 a 5 anni.

Le azioni o gli eventi che favoriscono i fattori scatenanti degli incendi, sono riconducibili a vari elementi concordemente riconosciuti dagli studiosi del settore che accreditano oltre il 70% circa degli incendi in Italia come dovuto a cause dolose di varia natura, causate da azioni umane volontarie che possono essere così specificate e ampiamente provate, ovviamente senza generalizzazione preconcetta. Altri moventi non secondari di innesco incendi, vanno inquadrate nelle fattispecie colpose, infatti, circa il 29,5% degli incendi è riconducibile a cause involontarie o colpose, causate da azioni umane. Un’ulteriore piccola percentuale degli incendi (0,5%) è dovuto a cause naturali quali eruzioni vulcaniche, fulmini, autocombustione dovuta all’ossidazione enzimatica che può verificarsi in casi eccezionali solo nei fienili. Alle nostre latitudini non possiamo certo parlare di autocombustione generalizzata, tuttavia, è accertato che le alte temperature contribuiscono a fare di un fuoco, un incendio difficilmente controllabile.A parere di chi scrive, riguardo il fenomeno incendi, vi è anche una causa sociale che purtroppo scaturisce dallo scarso senso civico e da una marcata presenza di illegalità diffusa e consapevolezza dell’impunità, in particolare nelle zone del mezzogiorno d’Italia, dove più accentuato è il divario culturale relativo alle problematiche ambientali. Oggi dobbiamo altresì confrontarci con un altro grave fenomeno che tende ad aggravare le cause scatenanti degli incendi: l’aridità del territorio, causata dall’esigua ed in alcune aree geografiche, totale mancanza di precipitazioni meteoriche, dovuta alle modificazioni climatiche che stanno interessando per alcuni versi, ampie superfici del nostro pianeta.Dunque, la parola d’ordine è prevenzione e in questo percorso il cittadino ha un ruolo molto importante, poiché un incendio viene spento quanto più rapidamente lo si avvista e lo si raggiunge. Per questo occorre passare alla idea della “Prevenzione civile” come chiave di cambiamento. Pertanto, tutti siamo invitati a segnalare ogni inizio di incendio al numero di emergenza ambientale 1515 del Corpo Forestale della Regione Siciliana.

 

I GIARDINI DELLA PIOGGIA

 

(“Rain Gardens”).

A cura di Enzo Crimi – già Commissario Superiore del Corpo Forestale della Regione Siciliana, saggista, divulgatore ambientale e naturalista, esperto di problemi del territorio.

Cosa accade all’acqua piovana all’interno dei centri urbani durante o subito dopo un forte temporale? Nelle nostre città, sempre più cementificate e carenti di verde, l’acqua meteorica è spesso costretta ad un lungo e tortuoso percorso prima di riuscire ad infiltrarsi nel terreno e ristabilire il naturale ciclo dell’acqua. Per questo motivo, complici le spesso inadeguate infrastrutture idriche di smaltimento, assistiamo sempre più di frequente a fenomeni di allagamento ed inondazione, talvolta estremamente dannosi per la collettività.

Una nuova soluzione ecosostenibile di paesaggio urbano per filtrare e gestire le acque piovane sono i Giardini della pioggia (Rain Gardens), introdotti da anni nei paesi anglosassoni come decoro urbano ma soprattutto per contrastare gli allagamenti in città. Anche in Italia questo intelligente sistema, facilmente realizzabile a basso costo da privati ed Enti Locali, sta tentando di trovare sempre maggiore impiego, principalmente in virtù della sua semplicità realizzativa e manutentiva. I rappresentanti delle Istituzioni locali quali sindaci, assessori e dirigenti, dovrebbero rafforzare le loro percezioni riguardo l’utilità dei Rain gardens quali strumenti utili a filtrare, assorbire e rallentare naturalmente le acque e il loro afflusso alle falde acquifere e ai corpi recettori, tanto da ridurre la possibilità di fenomeni alluvionali a valle e i conseguenti danni a persone e cose.

 In sintesi:

I Giardini della pioggia prevedono il potenziamento delle aree verdi e nuovi insediamenti di verde urbano concretizzati preferibilmente nelle aree urbane a monte, attraverso la creazione di leggeri avvallamenti del suolo che sarà predisposto con substrato drenante e piantumazione di specie vegetali autoctone, adatte a sopportare allagamenti ricorrenti alternati a periodi di siccità. Potenziamento e creazione, ove possibile, di fasce laterali di prato lungo le strade o piste ciclabili e aree di parcheggio, rinfoltimento delle aiuole esistenti, allo scopo di gestire e controllare le grandi quantità d’acqua piovana e di ruscellamento proveniente principalmente dalle forti piogge ma anche dai tetti degli edifici, dalle sedi stradali e dalle grandi aree pavimentate. Ma bastano i giardini della pioggia a fermare l’effetto a volte devastante delle bombe d’acqua e piogge torrenziali sulle nostre città? Ebbene, a seconda della virulenza delle acque, potrebbero bastare e comunque, i Giardini della pioggia sono certamente attraenti a vedere perché migliorano il paesaggio spesso amorfo dei centri urbani. Oltre a drenare, il sistema alleggerirà anche il supercarico funzionale delle condotte fognarie. Inoltre, i Giardini della pioggia sono utili perché hanno capacità provata di fitodepurazione dei residui di fitofarmaci presenti nel territorio, come metalli pesanti e altri elementi ritenuti dannosi per l’organismo e per l’ambiente in senso lato. Dunque, i Giardini della pioggia sono nuove soluzioni ecosostenibile utili all’uomo e alle nostre città, per intercettare, filtrare e gestire le acque piovane, in modo da contrastare gli allagamenti e le inondazioni in città.

Escursione al laghetto “Colaugghia”

IL LAGHETTO MONTANO “COLAÙGGHIA” O “GIUFFRÈ-ZARBATE”

NEL CUORE DEI MONTI NEBRODI DI RANDAZZO.

Testo a cura di Enzo Crimi – già Commissario Superiore del Corpo Forestale della Regione Siciliana, saggista, divulgatore ambientale e naturalista, esperto di problemi del territorio.

Le escursioni nell’ambiente naturale, lo si sa, hanno un loro fascino tutto particolare, inoltre, tutte le stagioni sono buone per camminare in montagna e non è difficile incontrare all’interno delle aree montane naturali, delle quali è ben dotata la nostra Sicilia, escursionisti italiani e stranieri intenti a padroneggiare e consultare una cartina, una’App telefonica o bussola, in particolare dove le marcature dei sentieri risultano poco evidenti. E’ piacevole constatare come il nostro territorio naturale stia sviluppando oggi, un periodo di grande fermento di fruibilità antropica green, insomma, un’eccellente valenza di fruibilità escursionistica – ricreativa e di turismo lento attento ai dettagli che primariamente tendono a valorizzare paesaggi incontaminati ricchi di grande suggestione che portano grandi benefici al corpo e alla mente.

I monti Nebrodi sono uno spettacolare terrazzo formato da montagne boscate che si affacciano a nord sul versante tirrenico e a sud sul maestoso edificio vulcanico dell’Etna, che sembra incastonato in un cielo azzurro e terso in un’unica tonalità di grande impatto visivo. In attesa che possiate visitarlo personalmente, oggi vi voglio portare con l’immaginazione all’interno del Demanio Regionale Forestale nel cuore del Parco dei monti Nebrodi in territorio di Randazzo, nella zona di Piano Lago, facente parte del sottobacino del torrente Flascio. In questo periodo, questo comprensorio, che è ad una quota tra i 1200 e 1600 m. slm, è punteggiato da suggestivi colori primaverili delle peonie, di deliziose aree verdi a pascolo e il verde dei fiabeschi e rigogliosi boschi dei Nebrodi che occupano le aree circostanti. In questo posto incantato, la “Madre Natura” ha voluto esprimere la sua grande generosità, infatti, quì troviamo un altro “pezzo” di Sicilia integrale quasi nascosta che pochi conoscono, lontana dalle spiagge assolate, dai centri affollati del turismo mordi e fuggi e dagli itinerari naturalistici conosciuti, insomma, un territorio fatto di sentieri, boschi e di piccoli corsi d’acqua. Qui, tra la folta vegetazione arborea, che non conosce la voce dei motori ma ama la quiete profonda dell’ambiente circostante, in particolare nel periodo delle pioggie, si può ammirare la “Perla dei Nebrodi”, ovvero, il piccolo e incantevole laghetto di “Colaùgghia” o “Giuffrè-Zarbate”, per come conosciuto da alcuni suoi appassionati cultori. Si tratta di un piccolo “Santuario naturalistico” che impreziosisce il panorama delle terre dei Nebrodi e una semplice camminata, ma anche una serena sosta contemplativa sulle sponde di questo laghetto o persino un fugace sguardo verso la rigogliosa vegetazione circostante, possono descrivere sicuramente alla perfezione le sensazioni emozionali che rilascia un’escursione sostenibile e a misura d’uomo, che rispetta le necessità dell’ambiente naturale. In questo sito, gli occhi sembrano rapiti dal paesaggio che dà il meglio di se con una ricca tavolozza di colori naturali, le cui sfumature si fondono e creano una suggestiva scala cromatica della natura che spazia armonicamente dal verde intenso dei suoi rigogliosi alberi di specie miste alla trasparenza delle quiete sue acque che nulla hanno da invidiare ai laghi più conosciuti.

Dotazioni orografiche di straordinaria qualità, territori incontaminati, il fiume Flascio poco a valle del laghetto, torrenti montani, paesaggi mozzafiato impreziositi da una flora lussureggiante e rigogliosa, valori faunistici di grande rilievo e l’incantevole Area Attrezzata montana di “Zarbata”, considerata un gioiello naturalistico di grande richiamo sul territorio di Randazzo, curato dall’ex Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana. Ecco queste sono le suggestive caratteristiche di questi luoghi nebroidei, ma anche gli aspetti vegetazionali presenti ai bordi del laghetto, esprimono una grande suggestione in tutte le stagioni, per la presenza di una ricca vegetazione arborea rappresentata da pioppi querce e conifere e una rigogliosa vegetazione minore acquatica che si abbina ai muschi, alle felci e alla florida vegetazione erbacea. Si tratta di vegetazione stagionale che nei tratti inondabili, finisce periodicamente per essere sempre spazzata via dall’esondazione delle acque per poi ritornare in particolare in primavera quando è la festa grande della natura che si risveglia, quando i prati che si affacciano sul lago, si vestono di verde. Le folte concentrazioni di vegetazione minore che fanno da cornice al lago, offrono riparo alle specie di animali acquatici e uccelli migratori, data la ottimale posizione geografica del lago lungo una direttrice di migrazione, che assicura un persistente richiamo per l’avifauna. Insomma, un prezioso forziere di biodiversità che sembra invisibile agli occhi mentre si vede con il cuore e attende con perenne pazienza di essere visitato e portato alla conoscenza di chi vuole rendergli omaggio nel pieno rispetto della sua discreta sacralità, con la consapevolezza che tale scoperta non potrà che arricchire il viandante di una esperienza tanto entusiasmante quanto portatrice di serene sensazioni di benessere e stimolante propensione verso l’ambiente. La valorizzazione e salvaguardia del nostro patrimonio naturale va mantenuta attraverso una corretta fruizione del territorio e una forte e rispettosa rivalutazione delle sue caratteristiche. Tuttavia, questi siti naturalistici che detiene il nostro territorio, spesso sono dimenticati e deteriorati dall’uomo, che prima di muoversi all’interno di questi santuari della “Madre Natura”, ad essa dovrebbe chiedere il “permesso” per entrare e ad essa dovrebbe promettere che non la danneggerà.

Cascata del Catafurco

IL PARCO NATURALE DEI NEBRODI E I SUOI GIOIELLI: LA “CASCATA DEL CATAFURCO”.

Testo a cura di Enzo Crimi – già Commissario Superiore del Corpo Forestale della Regione Siciliana, saggista, divulgatore ambientale e naturalista, esperto di problemi del territorio.

“La Cascata del Catafurco” é una perla del naturalismo siciliano incastonata in una gola all’interno di un suggestivo paesaggio in territorio in agro del comune di Galati Mamertino (ME), entro i confini del Parco Naturale dei Nebrodi che tutti gli amanti del naturalismo lento, conoscono come uno spettacolare balcone naturale formato da montagne boscate che si affacciano a nord direttamente sul mar Tirreno e a sud sull’immenso anfiteatro creato dall’Etna e dai fiumi Simeto e Alcantara. Si tratta di un territorio di grande suggestione e richiamo, perché a queste altitudini è possibile ammirare l’affascinante contrasto tra acqua, terra, aria e fuoco. “La Cascata del Catafurco” è alimentata, prevalentemente nel periodo estivo, dalle fredde acque del torrente San Basilio che iniziano a formarsi nel cuore dei Nebrodi, dalle terre che da sud lambiscono la nota dorsale dei Nebrodi. Scorrendo verso valle nel versante tirrenico, le dotazioni geomorfologiche e pedologiche di questi luoghi, ne fanno un luogo ricco di ruscelli e rivoli d’acqua che sgorgano dai fianchi delle colline boscate circostanti e “gonfiano” il terreno di un’idrografia superficiale che tende a convogliarsi sino a formare un unico corso d’acqua che appunto, prende il nome di torrente San Basilio e affronta la sua discesa tortuosa verso il mar Tirreno. Dopo aver raggiunto la sua consistenza di scorrimento in corrispondenza di un dislivello di circa 30 metri, le acque precipitano tumultuosamente da alte, scabre ed erose rocche carbonatiche, frutto dell’azione erosiva millenaria del torrente San Basilio che ha scavato la roccia e proseguono il loro percorso verso valle. Un salto d’acqua che dall’alto della “Serra dei Ladri”, precipita giù impattando sulle rocce sottostanti e scivola nel piccolo laghetto o gurna naturale che si è formato nei millenni dentro l’alveo alla base delle forre, noto nel luogo come “Marmitta dei giganti”, una sorta di piscina scavata nella roccia dall’erosione dell’acqua dove, clima permettendo, e volendo, i visitatori possono fare un bagno rigenerante. Si tratta di un tipico laghetto o anche cosiddetta “marmitta” naturale, insomma, un vero e proprio specchio d’acqua, frutto dell’intensa ed incessante opera levigante naturale delle acque vorticose del torrente San Basilio. Esercitata per millenni sugli antichi e solidi banchi quarzarenitici all’interno dell’alveo del torrente, questa azione abrasiva avviene ad opera dell’acqua e/o altri massi trascinati dalla corrente, che scivolano e abradono il fondo quarzarenitico nel letto del torrente in movimento rotatorio e per trasporto. Nel corso del tempo, questo processo levigante riesce a modellare le rocce compatte di pietra e creare un fenomeno di erosione raro che ha prodotto queste cavità dette “marmitte”, dalle forme più svariate e dalle pareti levigate e profonde anche alcuni metri dove, secondo una leggenda, i giganti del fiume contenevano il loro cibo.

Giunti sul posto, gli escursionisti possono ammirare “La Cascata del Catafurco” dal basso, proprio dall’interno dell’alveo del torrente, in modo da potere contemplare come un “Santuario della natura”, al cui cospetto si pensa subito che quì la natura davvero dà spettacolo. Sarà che la fragranza del muschio che riporta alla mente antichi ricordi, sarà che i giochi dell’acqua che cade sembrano ipnotizzare la mente, in questo posto incantato si può trovare un “pezzo” di Sicilia integrale quasi nascosta che pochi conoscono, lontana dai centri affollati del turismo mordi e fuggi e dagli itinerari naturalistici conosciuti, un territorio fatto di sentieri, boschi e di piccoli specchi d’acqua. Il sito non è circondato da una rigogliosa vegetazione fluviale per come ci si potrebbe aspettare, tuttavia, la natura qui è davvero seducente e il turbinio delle acque soprane che “saltano” nel torrente, accoglie i visitatori con i suoi spruzzi d’acqua illuminati dal sole e rivestiti d’arcobaleno, che inondano l’aria di frescura e di intime sensazioni. Insomma, sono molte le bellezze che caratterizzano questo prezioso forziere naturale, stupori che non possiamo cogliere con una semplice foto o video, ma solo con la sensibilità degli occhi che provocano grandi sensazioni al cuore. Poco distante dalla cascata “La Cascata del Catafurco”, bisogna visitare anche la grotta delle “Lacrime di Maria” dove si trova una statuetta della Madonna. La grotta è attorniata dal muschio sul quale gocciola l’acqua proveniente da un piccolo ruscello, come a simulare il pianto della Vergine, per questo il piccolo sito è denominato “Lacrime di Maria”. Questa storia nasce da una leggenda popolare secondo la quale, una notte due fanciulle del paese fecero lo stesso sogno, che nella cavità ci fosse la presenza della Madonna. La Madonna non è stata trovata, tuttavia, il giorno seguente le due ragazze fecero collocare in quella piccola grotta una statuetta dedicata a Maria.

Per visitare il sito naturalistico della “La Cascata del Catafurco”, si può utilizzare il tragitto più breve, agevole e non difficoltoso, a parte qualche ripida salita. Si può scegliere il percorso di Galati Mamertino e propriamente, dopo aver imboccato una vecchia trazzera di contrada San Basilio poco distante dal paese nebroideo, si inizia la piacevole camminata lungo un itinerario idoneamente indicato con appositi cartelli collocati ai bordi della trazzera, che porta fino alla cascata. Insomma, un sito che vale assolutamente la pena visitare se si è appassionati di escursioni lente. Il tragitto, lungo circa 7 chilometri tra andare e tornare, è ben ricco di paesaggi unici dove l’attrazione principale e rappresentata dai colori seducenti della macchia mediterranea che rappresenta l’aspetto più autentico del paesaggio mediterraneo, caratterizzata da una fitta vegetazione arbustiva e cespugli bassi e spesso spinosi. Tuttavia, trovando alcuni elementi favorevoli e condizioni climatiche alquanto appropriate, la macchia mediterranea può progredire ed assumere le caratteristiche di un bosco mediterraneo. Nella fattispecie, a causa dell’azione periodica e costante degli incendi, ahimè, si è stabilizzata in comunità vegetale che gli esperti definiscono “pseudoclimax” da incendio e stenta a pervenire ad una successione ecologica verso il bosco, in quanto l’evoluzione è bloccata dal ricorrere periodico degli incendi. Gran parte di questo territorio fluviale del torrente San Basilio, seppur ad alta pendenza, grazie all’acqua del torrente, occupava delle aree a vocazione agraria, in particolare nei terreni vicini al fiume, spazi modellati dalla natura ma anche artificialmente attraverso gradoni e terrazzamenti, oggi lasciati all’incuria e all’abbandono, punteggiati da qualche raro scorcio di verde, rappresentato dai pochi relitti arborei. Al presente queste contrade che sono riflesse nel torrente San Basilio, in parte sono caratterizzate dall’assenza di antropizzazione che paradossalmente, consente la conservazione e la custodia di rare testimonianze di vera cultura e arte rurale. Infatti, lungo il suggestivo percorso di accesso al sito, ancora oggi sono visibili i resti di un villaggio abbandonato dei pastori in Contrada Molisa e i tipici pagliai “pagghiari”, ricoveri di pastori e casette rurali in pietra, oramai in parte collabenti, per il resto tutto è abbandonato all’arbitrio degli allevatori e del pascolo indiscriminato, agli incendi estivi e all’attività erosiva degli eventi atmosferici. Camminando per queste terre, si ha la consapevolezza di trovarsi all’interno di un territorio attraversato da ripidi viottoli, contrassegnato da rocce granitiche e picchi, intercalato dal disordine vegetazionale arbustivo, ricco e fitto di roveti ed erbe stagionali. I pendii sono più o meno solcati da un sistema di incisioni torrentizie secondarie a marcata pendenza e profili longitudinali piuttosto irregolari che confluiscono poco più a valle nel torrente San Basilio che scorre a sud della pista e rappresenta il corso d’acqua principale di questo ambiente. Strada facendo, si può notare anche lo zampillare delle acque che seguendo vie labirintiche a monte, sgorgano in superficie a valle e proseguono il loro breve percorso sino ad immettersi nel torrente San Basilio.

Rivolgendo uno sguardo d’insieme a monte e a valle della trazzera, ecco che si avvistano delle piante di querce e una modesta vegetazione fluviale composta da piante arboree che, per le loro caratteristiche tonalità ed endemismi, esprimono un’insieme di varietà botaniche arboree diverse ma omogenee che si manifestano in tutte le stagioni. Nei contrafforti a monte dove l’eco delle acque giunge tenue, fanno da cornice al torrente alcune tipologie vegetali arborei come gli endemici Salici di Gussonei, i Pioppi, e in minor quantità i Platani e gli Ontani. Inoltre, queste piante sono assortite della presenza non indifferente di tanta vegetazione minore arbustiva tra la quale emerge, la Ginestra di Spagna, l’Olivastro, il Perastro, il Fico d’india, l’Oleandro, il Fico comune, il Tamerice e poi ancora il Sambuco, pianta non molto longeva dalle bellissime infiorescenze ad ombrello, la Gunnera minore, l’Euforbia, l’Origano e l’Ampelodesma, che può considerarsi un’altra pianta arbustiva tipica di alcune ben identificate aree delle valli fluviali e verdeggianti tappeti di Felci che invitano alla serena riflessione. Per chi è appassionato di botanica, ecco che può affascinare gli occhi con una piantina erbacea rara e a rischio estinzione che cresce ai bordi del torrente: la Petagna (Petagnaea gussonei). Anche la fauna locale é ben presente e rappresentativa di gran parte delle specie mediterranee. Noi ci siamo stati e se voi che leggete non lo avete ancora fatto, vi consiglio di visitare “La Cascata del Catafurco”che offre tanta bellezza.

 

 

Dissesto Idrogeologico

MALTEMPO IN TUTTA LA PENISOLA

DISSESTO IDROGEOLOGICO, FORESTAZIONE URBANA E GIARDINI DELLA PIOGGIA.

Testo a cura di Enzo Crimi – già Commissario Superiore del Corpo Forestale della Regione Siciliana, saggista, divulgatore ambientale e naturalista, esperto di problemi del territorio.

Piogge persistenti, temporali, nubifragi, anche sottoforma di vere e proprie bombe d’acqua e forti raffiche di vento investono il nostro paese ed in particolare l’Emilia Romagna dove il tragico fenomeno degli allagamenti alluvionali ha fatto sfracelli e anche due morti e diversi feriti. Il maltempo ha dunque colpito l’Italia da nord a sud, strade come fiumi, case evacuate e treni sospesi, città isolate e allagate dalla pioggia e dall’esondazione di fiumi e torrenti, crolli e frane, come al solito, questi eventi ci trovano impreparati e allora i danni diventano ingenti e tutti a parlare ancora di fatalità. Il Mediterraneo troppo caldo genera piogge distruttive e sarà necessario abituarsi e attrezzarsi, perché metà della pioggia di un anno, cade in 24 ore e questo è un sintomo dei cambiamenti climatici ma anche dell’incuria del territorio.

Analizzando con attenzione il verificarsi di tali fenomeni, ci rendiamo conto che non tutti sono la diretta conseguenza di eventi naturali riconducibili al caso. Infatti, é l’uomo che spesso agisce in modo indiscriminato sul territorio e crea squilibri, mentre dovrebbe sempre operare in forte sinergia con esso, nella consapevolezza che l’interesse dell’uno è subordinato alla salvaguardia dell’altro, come a sembrare un legame simbiotico. Affinché tali fenomeni diventino governabili, dovrebbe essere posto in opera, il principio fondamentale che sempre ha dato eccellenti risultati: la prevenzione. La mitigazione di questi eventi non si ottiene attraverso la cementificazione indiscriminata del suolo, né con il sotterramento dei corsi d’acqua ma si consegue attraverso la realizzazione di opere mirate che prevedano, in particolare lungo i pendii dei corsi d’acqua a monte, non il taglio ma l’impianto di nuovi boschi i quali oltre ad evitare gravi forme di dissesto, svolgono altre funzioni di grande interesse: economico e ricreativo. Certamente, più il terreno ripariale è boscato, minore è il rischio di dissesto idrogeologico, che è l’insieme di quei fattori di dilavamento e sgretolamento, di frane, erosioni e trasporto a valle di materiale solido che, sommato al consumo indiscriminato legale o illegale del suolo, all’abbandono di forti concentrazioni di rifiuti e all’abusivismo edilizio lungo i corsi d’acqua che mai vengono manutenzionati, limita il normale deflusso idrico anzi a volte ne determina l’ostruzione, la deviazione, l’esondazione e l’allagamento di terreni e aree urbane con forti rischi per strutture, infrastrutture e pubblica incolumità.

Pertanto, succede che l’acqua prodotta dalle forti piogge, a seconda della pendenza del suolo, non trovando idonea copertura arborea a monte e un’adeguata regimazione che ne possa regolare il normale deflusso, a causa della sua forza di impatto con il suolo, in particolare quando questo è argilloso, si infiltra, raggiunge lo strato impermeabile, impregna il terreno superficiale che, gonfio d’acqua, si mette in movimento, scivola a valle causando consistenti fenomeni di dilavamento, erosione e infine ruscellamento fangoso, travolgendo qualsiasi cosa sul suo percorso, compresi aree agresti e urbane, persone e cose. Non mi fanno paura i torrenti in piena, sono le norme di comportamento che assume l’uomo nel suo rapporto con l’ambiente che a volte creano squilibri. Il problema della fragilità del nostro territorio e dell’esposizione al rischio di frane e alluvioni, non può certo considerarsi un fenomeno emergenziale, è oramai diventato una costante assoluta almeno per 6.633 comuni italiani, ovvero l’82% di tutto il paese che è definito a rischio idrogeologico. Ciò comporta ogni anno un bilancio economico pesantissimo, intollerabile quando, in particolar modo, è pagato con la vita. Bisogna mettere in sicurezza il nostro paese, ed è evidente l’assoluta necessità che i nostri legislatori riservino maggiori politiche e risorse al territorio, in termini di prevenzione e in un contesto in cui sono sempre più evidenti gli effetti dei cambiamenti climatici in atto, che comportano fenomeni meteorologici estremi caratterizzati da piogge intense concentrate in periodi di tempo sempre più brevi e cicloni imprevedibili.

Ma cosa accade all’acqua piovana all’interno dei centri urbani durante o subito dopo un forte temporale? Nelle nostre città, sempre più cementificate e carenti di verde, l’acqua meteorica è spesso costretta ad un lungo e tortuoso percorso prima di riuscire ad infiltrarsi nel terreno e ristabilire il naturale ciclo dell’acqua. Per questo motivo, complici le spesso inadeguate infrastrutture idriche di smaltimento, assistiamo sempre più di frequente a fenomeni di allagamento ed inondazione, talvolta estremamente dannosi per la collettività. Dunque, l’attività preventiva contro il rischio inondazione, va applicata anche agli spazi urbani che vanno qualificati con appropriati e funzionali progetti di “Forestazione Urbana” (Urban forestry), in primis attraverso il recupero di aree in disuso e, ove possibile, la creazione di nuove, dove piantare immediatamente un considerevole numero di piante adatte allo scopo. La Forestazione Urbana è oramai diventata una priorità assoluta per l’interesse pubblico, in quanto é risaputo che alla vegetazione sono attribuite importanti azioni benefiche. Pertanto, la nostra società deve stimolare e promuovere nel pubblico e nel privato, progetti di verde urbano tipo giardini, orti e parchi, tetti, muri di cinta e facciate trasformati in verdi giardini, sia in orizzontale che verticale, con l’utilizzo di vegetazione appropriata. In città ogni spazio può essere trasformato e reso più verde in orizzontale, i viali alberati possono diventare corridoi verdi, le linee di congiunzione tra arterie viarie, parchi e giardini, possono svilupparsi sia all’interno che nell’intorno delle aree urbane e persino veri e propri boschi sono auspicabili “a cintura” dei centri cittadini o sviluppati in verticale, su architetture geometriche che diventano uniche.

Un’altra nuova soluzione ecosostenibile di paesaggio urbano per filtrare e gestire le acque piovane sono i Giardini della Pioggia (Rain Gardens), introdotti da anni nei paesi anglosassoni come decoro urbano ma soprattutto per contrastare gli allagamenti in città. Anche in Italia questo intelligente sistema, facilmente realizzabile a basso costo da privati e Comuni, sta trovando sempre maggiore impiego, principalmente in virtù della loro semplicità realizzativa e manutentiva. I Rain gardens sono utili a filtrare, assorbire e rallentare naturalmente le acque e il loro afflusso alle falde acquifere e ai corpi recettori, tanto da ridurre la possibilità di fenomeni alluvionali a valle e i conseguenti danni a persone e cose. La Forestazione Urbana e i Giardini della Pioggia, sono oramai diventati una priorità assoluta per l’interesse pubblico, in quanto é risaputo che alla vegetazione sono attribuite importanti azioni benefiche, in sintesi sono nuove soluzioni ecosostenibili utili all’uomo e alle nostre città, per intercettare, filtrare e gestire le acque piovane, in modo da contrastare gli allagamenti e le inondazioni in città, inoltre, sono certamente attraenti a vedere perché migliorano il paesaggio spesso amorfo dei centri urbani.

Come ho scritto in altre occasioni, la configurabilità dell’ambiente come bene giuridico non può essere ignorata dall’uomo attraverso tagli continui alle risorse finanziarie. Eppure, il legislatore con la sua mente piccola e poco avvezza alla problematiche ambientali, forse non ha ancora la piena coscienza della gravissima crisi ambientale che sta vivendo e spesso non rivolge la sua attenzione al territorio. Sono molteplici le grida di allarme che ci pervengono periodicamente dalla comunità scientifica, la terra è in pericolo, l’uomo è in pericolo, e questa nostra prosperosa civiltà dei consumi, sta gettando le basi per una folle e sconsiderata autodistruzione di un pianeta malato, stanco, oltraggiato da uno sfruttamento sconsiderato in cui ogni cosa, animata e inanimata, ha valore unicamente se e in quanto merce, prodotto da vendere. Evidentemente non bisogna certo avere una mente eccelsa per comprendere che l’interesse del legislatore verso l’ambiente in generale, sembra oramai una foto sbiadita, un pensiero iconico che tende a scomparire definitivamente dalle tematiche politico-sociali che si discutono oggi, e allora, come in un gioco onirico, il nostro interesse nei confronti di questo grave problema, molte volte, si infrange sugli irti scogli della noncuranza che tutti i “nostri” politici nutrono verso i beni naturalistici del creato.

Il grande olivo di GEBBIA

I GRANDI PATRIARCHI NATURALI DI SICILIA:IL GRANDE OLIVO DI GEBBIA

(Età stimata 1300 – 1500 anni – R. Schicchi e F.M Raimondo)

Testo a cura di Enzo Crimi – già Commissario Superiore del Corpo Forestale della Regione Siciliana, saggista, divulgatore ambientale e naturalista, esperto di problemi del territorio.

Secondo alcuni studiosi, migliaia di anni fa, la nostra isola era coperta dal 90% di boschi e gli alberi di grandi dimensioni dovevano essere certamente numerosi, vivendo all’interno di ecosistemi ancora integri, dove il ricambio generazionale avveniva in modo naturale. Ancora oggi a distanza di secoli ed in alcuni casi millenni, incontriamo questi grandi patriarchi vegetali spesso isolati, che resistono tenacemente agli attacchi dell’uomo, del tempo e degli eventi naturali, magari in quei contesti territoriali difficilmente raggiungibili dai mezzi meccanici, o in virtù della sacralità attribuita loro da credenze e leggende locali. Gli alberi secolari sono autentici relitti sopravvissuti alle avversità e non necessariamente devono essere piante forestali, infatti, tra i grandi tesori botanici hanno il giusto risalto centenarie piante di olivo, veri e propri “primi padri” e piante di grande fascino ed attrattiva. Olivi che hanno avuto una diffusione ed importanza in un lontano passato e che oggi rivestono il ruolo di testimoni di un tempo proiettato in un futuro che ha radici antiche.

Uno tra gli olivi secolari più conosciuti è il grande “Olivo di Gebbia” (Olea Europaea L.), si trova nelle campagne di “La Gebbia”, località con segni di forte antropizzazione, in comune di Avola (SR) a poche decine di metri dal livello del mare su terreno pianeggiante sabbioso calcarenitico. Il grande “Olivo di Gebbia”, per come riportato nella pubblicazione “I grandi alberi di Sicilia” edita da Azienda Foreste Demaniali R.S., é uno splendido plurisecolare esemplare monumentale di olivo, insomma, un vero e proprio capostipite della flora arborea presente nell’area, considerato il più grande della provincia di Siracusa e della Sicilia, ha un’età stimata di 1300 – 1500 anni, é alto oltre 10 metri, ha una circonferenza massima al colletto di circa 16 metri e una circonferenza del tronco a mt 1,30 dal suolo di circa mt. 10,50 con una proiezione di chioma naturale fitta e tondeggiante al suolo di circa 90 mq².. Si tratta di un enorme esemplare costituito da due fusti accostati, il più grande dei quali, di forma tronco-conica con tre grossi e contorti rami a circa 2,5 mt. dal suolo e presenta un’ampia cavità centrale. Il secondo fusto presenta un’inclinazione rivolta ad est, ha una circonferenza di circa 2,5 mt a petto d’uomo e una grande cavità nella parte basale. L’olivo, che soffre della’antropizzazione del sito di vegetazione, detiene complessivamente uno stato vegetativo mediocre in quanto è anche affetto da seccume e carie che andrebbero rimosse.

Certamente a causa dell’età secolare, ma anche di fattori biotici e abiotici, questo “gigante del tempo” via via sarà sempre più vulnerabile ad alcune fitopatìe, al lento e incessante scorrere del tempo e al normale e inesorabile dissolvimento. Inoltre, é doveroso ricordare che anche le “piante monumentali” non vivono in eterno, la mortalità naturale fra le piante in bosco è elevatissima e questa straordinaria pianta, che resiste da diversi secoli all’uomo e al tempo, non potrebbe essere un’eccezione. Tuttavia, perderlo sarebbe senza dubbio per l’uomo una grave privazione perché esso rappresenta una grande Enciclopedia di vita in questi luoghi. La presenza di piante così vetuste, sono importanti indicatori per la ricostruzione del paesaggio agro-forestale autoctono della Sicilia e del suo clima, nonché delle attività antropiche e colturali che nei secoli hanno interessato la regione.

Il territorio naturale di RANDAZZO

NOTIZIE DALLA PREISTORIA:

IL TERRITORIO NATURALE DI RANDAZZO E DELLE VALLI DELL’ETNA

Testo e ricerche bibliografiche a cura di Enzo Crimi – già Commissario Superiore del Corpo Forestale della Regione Siciliana, saggista, divulgatore ambientale e naturalista, esperto di problemi del territorio.

Se non avete avuto modo di assistere al “1° CONVEGNO DI STUDI CITTÀ DI RANDAZZO” e alla prima conferenza sulla preistoria, dal titolo “I più antichi abitatori del territorio di Randazzo”, che si é svolta Sabato 18 Marzo 2023 alle ore 17,30, presso il Centro Polifunzionale (ex Cinema Moderno) di Randazzo e se avete il desiderio di leggere per conoscere sin dagli albori la lunga storia naturalistica del territorio di Randazzo e delle Valli dell’Etna, vi propongo la lettura della mia relazione curata per quell’occasione. Aiutandomi con la letteratura di settore, non sempre univoca, ho tentato di tracciare un’intrigante viaggio esperienziale attraverso l’evoluzione delle prime forme di vita vegetale e animale che sin dalla sua formazione, si sono insediate in questo territorio. Appare utile ricordare che questa relazione è stata stilata con la consapevolezza che il lungo periodo non codificato e privo di riscontri tangibili, spesso non permette di illuminare a fondo la tematica, tanto da poterla considerare completa e affermata.

La storia naturalistica del territorio di Randazzo incomincia con quella dell’Etna e volendone esaminare ipoteticamente l’origine di quella storia si dovrà prima conoscere l’origine di questa. In questo convegno discuteremo dei primi abitatori di questo territorio, ebbene, anche questa mia illustrazione, è la storia delle prime forme di vita vegetale che hanno abitato queste terre. Nel territorio etneo, i beni naturalistici coesistono con il vulcano da oltre 500.000 anni, da quando i primordiali fenomeni naturali effusivi, iniziavano a dare vita a quello che sarebbe diventato l’Etna, il più grande vulcano d’Europa. Il territorio di Randazzo, ad eccezione dei monti Nebrodi che come sappiamo hanno un’altra genesi, è stato in gran parte forgiato dalla potenza dell’Etna che con le sue emissioni laviche, ha creato nei millenni un ambiente ricco di grande suggestione geologica, paesaggistica e nel tempo anche naturalistica. Nel corso di questi lunghissimi millenni di attività eruttiva dell’Etna, tutto il paesaggio di queste terre è stato plasmato dalla lava, dalla cenere e dai gas che inizialmente lo hanno reso desertico, desolato e naturalmente privo di vita. Ciò nonostante, dopo il caos vulcanico primordiale, la natura ha intrapreso lentamente il suo processo di vita e di conquista del territorio ancora oggi in itinere.

Insomma, la natura non si tira mai indietro di fronte ad una sfida, ha imparato ad adattarsi e sfruttare queste condizioni di vita precarie e risorgere sempre dalle sue polveri, questo grazie alla presenza di un prezioso elemento naturale: l’acqua, una sostanza adattabile all’origine di ogni esistenza. Tutta la vita dipende dall’acqua, ed in particolare da quella piovana che per legge di natura, inesorabilmente continua a cadere dal cielo bagnando e introducendosi tra le antiche e millenarie lave superficiali e mutando il loro aspetto da aride lande in bellezze esaltanti. E’ una sorta di continua lotta tra roccia e acqua che filtra attraverso i pori delle pietre laviche e dona vita ai licheni, che vengono trasportati dal vento che li sparge su tutto il territorio e li lascia introdurre in ogni piccola cavità e fessurazione delle lave, così da formare il primo strato del suolo. Organismi molto semplici come muschi, licheni e le felci che trattengono l’acqua un pò più a lungo, lentamente migliorano e risanano il terreno lavico, in modo che possano germinare i primi semi che daranno vita alle prime piante arbustive ed arboree, che formeranno i primi nuclei forestali.

I progressi naturali di nutrimento e riproduzione vegetale e i processi fotosintetici, certo hanno bisogno di secoli o migliaia di anni di lotta contro la dura roccia lavica, ma hanno permesso l’evoluzione vegetale. Come accaduto per l’Homo, l’evoluzione della vita vegetale, è partita da lontano e, tassello dopo tassello, ha portato alla luce le attuali piante, ognuna delle quali, perfettamente adattata a vivere nel proprio ambiente naturale e con le proprie diversità, ha contribuito al cambiamento di interi paesaggi. Le piante in principio sono solitarie, poi con il passare del tempo si evolvono si caratterizzano, una dopo l’altra si uniscono per formare veri e propri boschi, il luogo di nascita di altre forme di vita vegetale e animale. Il loro l’obiettivo è quello di moltiplicarsi, colonizzare e dominare la nera crosta lavica sulla quale esse sono nate, divenendo componenti fondamentali di quasi tutti i suoi ambienti e diminuendo drasticamente la formazione di CO2.

Studi recenti hanno dato una visione d’insieme riguardo l’evoluzione espansiva climatica, vegetazionale e anche faunistica del territorio siciliano e dunque, dell’Etna e dei Nebrodi. Queste ricerche, che certo andrebbero ancora approfondite, ci dicono che la nostra isola raggiunse gradualmente il suo culmine circa 10-15 mila anni fa e forse ancor prima, quando era coperta dal 90% di boschi e vegetazione minore che in seguito nel corso dei secoli, purtroppo si assottigliarono drammaticamente a causa dell’impatto antropico. Ci pervengono notizie storiche che prima ancora delle conosciute civiltà, le condizioni ambientali del nostro pianeta dovevano essere radicalmente diverse rispetto a quelle odierne, il mare era al di sotto della superficie attuale e l’estensione totale doveva essere maggiore. La nostra isola era verosimilmente connessa all’Italia peninsulare da una striscia di terra, insomma, una sorta di ponte continentale o una sella sommersa dello stretto di Messina come chiamato dagli studiosi e attualmente ad una profondità di 81 metri sotto il livello del mare, che emerse nel corso dell’ultima glaciazione e permise la variazioni del livello del mare e dunque, la possibilità del libero transito delle specie vegetali ma anche dell’Homo Sapiens di allora e delle faune continentali, alcune delle quali oggi estinte (ENEA – Incarbona A. et al.).

Come sappiamo, sin dalla Preistoria le piante hanno condizionato lo sviluppo di ogni forma di vita sul nostro pianeta, e anche sul nostro territorio, esercitando nei millenni una grande influenza sul progresso dell’umanità. Come noto, dalle piante si ricavava una parte importante dell’alimentazione, si otteneva il legno per il fuoco, per le abitazioni e gli strumenti, si ottenevano le fibre per corde e vestiti e persino per essenze medicinali. Anche oggi le piante assolvono a questi compiti e nel loro insieme sono essenziali per mitigare i devastanti cambiamenti climatici. In quei tempi il tipo di vegetazione preistorica presente sul nostro territorio, era composto da veri e propri fossili viventi e cambiava ciclicamente a seconda dei fattori locali come per esempio altitudine, precipitazione e presenza di microclimi. Oramai è cosa certa che nelle aree più in quota sopra di 1200 m s.l.m. e precisamente nelle regioni montane dell’Etna e dei Nebrodi, la vegetazione era presumibilmente costituita da foreste di faggio, frammiste al pino, querce e altre caducifoglie intercalati a formazioni arbustive.

Nelle aree più interne e sub-montane la copertura arborea era caratterizzata da una forte prevalenza di querce, mentre nelle zone costiere si sviluppava la macchia mediterranea, per trasformarsi in seguito negli anni (a partire da circa 7.000 anni fa) a vere e proprie foreste di alberi sempreverdi. La macchia mediterranea è una formazione vegetale, rappresentativa del clima termomediterraneo, delineata dal corbezzolo, lentisco, tamarice, ginepro, erica, cisto, ginestra, fillirea, rosmarino, euforbia e altre ancora. In queste aree costiere le piante sempreverdi resistettero fino a circa 2.700 anni fa, quando avvenne la definitiva trasformazione sino ai giorni nostri in macchia mediterranea forse a causa della forte pressione antropica. Voglio aggiungere che nel versante orientale della nostra isola, la macchia mediterranea è alquanto regredita, infatti, ha una limitata distribuzione concentrata su alcuni sottobacini dell’Alcantara e rappresenta appena il 3% della sua consistenza vegetazionale generale di bacino. Nel periodo preistorico i fiumi avevano un corso molto variabile, con piccoli canali intrecciati e alvei pietrosi, simili a quelli di alta montagna. Colonizzando la terraferma, le piante hanno progressivamente stabilizzato i corsi d’acqua fino a conferirgli le forme che sono molto comuni ai giorni nostri. Anche il territorio fluviale dell’Alcantara era ben ricco di rigogliosa vegetazione vascolare quali platani, aceri, pioppi, olivastri e una rigogliosa vegetazione minore arbustiva e acquatica. Questi insediamenti sono oggi di minore consistenza, ciò dovuto in particolare all’ampliamento della superficie agricola che include anche vigneti e pascoli.

Attualmente quel famoso 90% di cui abbiamo accennato prima, pian piano a partire dall’insediamento delle prime conosciute civiltà, si è ridotto drasticamente, in parte per la progressiva riduzione delle precipitazioni e aridificazione dei suoli, ma anche per gli incendi e per le colate laviche che nel territorio etneo sono determinanti. Come dicevamo, a queste carenze influisce il forte impatto antropico dei primi consistenti insediamenti greci e a seguire romani, bizantini e le varie civiltà che nel corso dei secoli si erano installati su queste terre a fini agricoli e di allevamento, ma anche per l’abbondanza di acqua e boschi e dunque legname che utilizzavano per usi civili e bellici. Insomma, la presenza umana sembra essere stato il fattore principale nel modellamento non sempre benefico dell’attuale distribuzione della vegetazione in Sicilia. Dobbiamo dire che queste massicce deforestazioni , sono state e lo sono ancora, una piaga globale e comunque, furono certamente i presupposti principali nel cambiamento del paesaggio e della vegetazione, perchè apportarono robusti mutamenti e deleterie conseguenze agli habitat di tutto il mondo. Mi viene pensare l’Amazzonia, il polmone verde del pianeta, oggi preso d’assalto dalle multinazionali del legno responsabili della scomparsa delle foreste pluviali e della degradazione degli ecosistemi naturali.

Ritornando al nostro territorio, io penso che senza l’intervento dell’uomo nel corso dei secoli , l’aspetto della vegetazione nella nostra isola in generale, forse sarebbe molto diverso ed ancora, in modo sostanziale caratterizzato dalla presenza di boschi e foreste che si estendevano sino al mare. Dopo le gravi perdite di biodiversità del periodo post-industriale, avvenute a causa delle attività umane (cambiamenti climatici, inquinamento, deforestazione, incendi e agricoltura non sostenibile), per come emerge dall’ultimo Inventario Nazionale Forestale, attualmente il patrimonio forestale italiano é in espansione di circa 600.000 ettari . In Italia ci sono in totale circa 13 miliardi di alberi, pari a oltre 1200 alberi ad ettaro, che ricoprono oltre 1/3 dell’intero territorio nazionale, pari a oltre 200 alberi per ogni abitante. Nel 2005 gli alberi erano complessivamente circa 12 miliardi e nel 1985 erano circa 10 miliardi.

Il territorio di Randazzo, grazie ai piani di rimboschimento pubblici ma anche ad una sensibilità ambientale più progredita, detiene oggi una copertura arborea totale di circa 9.000 Ha. che è superiore alla media nazionale. Questi boschi nostrani sono ricadenti quasi per intero all’interno delle aree protette e di questi circa 6.000 Ha. sono di proprietà pubblica e oltre 2.500 Ha. sono coltivati a fustaia. La tipologia più rilevante è composta da querceti montani per circa 1.500 Ha.- Attualmente, malgrado il forte impoverimento del passato, anche la fauna può considerarsi molto accresciuta e ben distribuita, tanto da ricostituire l’equilibrio naturale. Secondo studiosi di settore, nei secoli scorsi vivevano all’interno dei nostri boschi persino Lupi, Lontre, Caprioli, Cinghiali, Daini, Grifoni e Cervi, dai quali, in greco antico, deriva il nome dei Nebrodi, ovvero “Nebros” che significa cerbiatto. Questi animali, per vari motivi, sono oramai scomparsi dal panorama faunistico dei Nebrodi. Nel Paleolitico, tra gli altri, vivevano anche animali come l’ippopotamo e l’elefante nano, oramai tutti estinti. In modo uniforme o variabile, le presenze faunistiche e botaniche, sono oggi costituite dalle tipologie biologiche che rappresentano un pò tutta la biodiversità tipica e comune in tutto il bacino del Mediterraneo. Queste dotazioni contribuiscono a fare di questi territori delle valli dell’Etna, degli ecosistemi veramente importanti, tantè che si trovano all’interno di ben 3 Parchi naturali. Insomma, ci troviamo a gestire una ricchezza naturalistica della collettività, che va difesa costantemente dalle insidie che non di rado la minacciano.

Concludo ricordando che amare la Natura come espressione di questi territori, non deve essere semplicemente una passione emozionale o una tendenza massiva momentanea e nemmeno basta una fruizione per puro svago o appagamento dello spirito, insomma, il rapporto con la Madre Natura deve essere sincero ed in particolare proteso alla sua salvaguardia, valorizzazione e diffusione ecosostenibile… sempre!

Primavera ed escursioni in montagna

PRIMAVERA ED ESCURSIONI IN MONTAGNA: SI MA, ATTENZIONE ALLE VIPERE

Testo a cura di Enzo Crimi – già Commissario Superiore del Corpo Forestale della Regione Siciliana, saggista, divulgatore ambientale e naturalista, esperto di problemi del territorio.

Siamo in primavera e in questa stagione è maggiore il pericolo delle vipere (Vipera aspis hugyi), gli unici rettili pericolosi per l’uomo sul nostro territorio. Come tutti i rettili, essendo animali a sangue freddo, le vipere necessitano di calore e tendono a rimanere al sole per ore della giornata, in modo da innalzare la propria temperatura corporea. Tuttavia, forse non tutti sappiamo che le Vipere, avendo la capacità di assorbire il calore del substrato del terreno, nel meridione e dunque anche nel nostro territorio, riescono ad essere attive per quasi tutto l’anno, mediamente anche nelle giornate fredde e di pioggia. Nei mesi più freddi di dicembre, gennaio e febbraio, riducono di molto la loro attività vitale e si rintanano all’interno di anfratti, muretti a secco di pietra o fessurazioni del terreno, ma sempre rimanendo vigili e uscendo di tanto in tanto quando c’é il sole. La loro presenza oltre ad essere diffusamente assidua nei terreni lavici etnei, pare che sia stata notata anche alle basse quote dei Nebrodi e Madonie, in alcune zone interne della Sicilia e in tutte le regioni italiane ad esclusione della Sardegna. Non è difficile notare la presenza della vipera all’interno di bassi cespugli, pietraie o terreno nudo e non solo, infatti, nel corso della sua lunga evoluzione, si è adattata anche in altri ambienti. Di media-piccola taglia, la vipera ha una lunghezza che raggiunge circa 60-70 cm; solo in casi eccezionali può arrivare a poco più di un metro. La testa, sempre ben differenziata dal tronco, è molto piccola triangolare larga alla base e ricoperta da piccole squame irregolari, la coda molto corta e il corpo tozzo coperto di piccole scaglie con colorazione che varia dal grigio al marrone e disegno dorsale a strisce e macchiette separate o colorazione quasi uniforme (definite a macchie d’olio). Per il colore di base, l’impressione istantanea e la sua forma fisica, ma anche per la lentezza nei movimenti, spesso la vipera viene scambiata erroneamente con la Coronella austriaca che é un altro serpente molto diffuso sul nostro territorio ma non é velenoso. Ad un’attenta osservazione, questo rettile si distingue dalla vipera per la sua pupilla degli occhi rotonda, il corpo e la coda più lunghe e si può notare un pò ovunque, persino in aree urbane periferiche.

La vipera è limitata nella vista, in quanto gli occhi hanno la pupilla verticale ellittica, che si restringe in piena luce, tuttavia, riesce a percepire qualsiasi minimo rumore o vibrazione del terreno e pertanto, per sicurezza, sarebbe opportuno che chi si reca in campagna, in particolare in terreni lavici, calzi sempre scarpe a collo alto o, ancor meglio stivali che mantengano coperte e protette arti inferiori e zone del corpo a rischio di morso. Nel camminare si abbia cura di non calpestarla e si faccia più rumore possibile magari utilizzando e sbattendo un bastone, affinché, essa sentendosi disturbata si rintani. Relativamente lenta nei movimenti, la vipera è un rettile territoriale terricolo prevalentemente diurno, molto elusivo che preferisce fuggire e nascondersi quando avverte un possibile pericolo. Comunque, oltre ai piedi, bisogna porre la massima attenzione a dove si mettono anche le mani senza protezione (ad esempio durante la ricerca di funghi o verdure). La vipera non é incline allo “scontro”, non attacca e si difende solo se disturbata da vicino e alla presenza dell’uomo reagisce primariamente con la fuga. Tuttavia, pur di indole mite e poco irascibile, se calpestata, toccata o importunata si difende raccogliendo il corpo, sollevando la testa ed emettendo sibili minacciosi. In estrema ipotesi, può magari mordere e in questo caso, mantenendo sempre la calma, si ha un adeguato tempo a recarsi in una struttura medica, senza anticipare cure o interventi in proprio che potrebbero peggiorare l’evento. Preventivamente é inutile cercare nelle farmacie siero antivipera perchè non se ne trova, inoltre, il siero può essere inoculato solo in una struttura ospedaliera.

Come consigliano i medici, in particolare bisogna:

1. evitare di applicare il laccio emostatico nei pressi della ferita, perché ne rallenta o ne blocca il deflusso venoso creando una indesiderata stasi venosa, mentre non blocca il flusso linfatico, responsabile della diffusione del veleno;

2. evitare procedure di aspirazione o rimozione meccanica del veleno, quali suzioni o incisioni, in quanto non ne è dimostrata l’efficacia e si possono causare ulteriori danni;

3. non succhiare il veleno dalla ferita con la bocca, in quanto è molto probabile avere nel cavo orale piccole ferite causate spesso dallo spazzolino da denti);

4. non somministrare alcolici in quanto hanno effetto depressivo sul SNC e vasodilatatore periferico, facilitando quindi l’assorbimento del veleno;

5. rimanere tranquilli: l’agitazione provoca l’attivazione incontrollata dei meccanismi da stress che provocano una più rapida diffusione del veleno. Prima che il gonfiore lo impedisca sfilare anelli, bracciali, etc.;

6. disinfettare: è opportuno lavare la ferita con acqua semplice perchè il veleno di vipera è idrosolubile, ove possibile, lavare con acqua ossigenata o con permanganato di potassio. Sono da evitare disinfezioni con alcool o sostanze alcoliche, perché il veleno della vipera a contatto con alcool forma composti tossici. Entro pochi minuti dal morso potrebbero comparire dolore e bruciore nella sede del morso, seguito da edema duro, eritema, petecchie, ecchimosi e bolle emorragiche che tendono ad estendersi lungo l’arto colpito. Entro 12 ore possono comparire linfangite e adenopatia. Bisogna precisare che il veleno è essenziale per la vita della vipera, dato che lo utilizza per catturare le sue prede, quindi il rettile tende a non sprecarlo mordendo l’uomo, dunque, quando una persona è morsa da una vipera è di fondamentale importanza tenere conto che circa il 20% dei morsi di serpente sono morsi “secchi” in cui non vi è alcuna inoculazione di veleno. Ecco perché a volte si può notare la sede del morso, ma non c’è comparsa di sintomi sistemici.

Secondo gli studiosi, il periodo riproduttivo delle vipere è aprile-maggio ed è caratterizzato da una elevata mobilità dei maschi, che si producono talvolta in scontri ritualizzati. Si ha poi l’accoppiamento preceduto da una fase di valutazione della recettività della femmina, che il maschio verifica saggiando tutto il corpo della femmina con la lingua. La Vipera aspis è ovovivipara, le uova si schiudono all’interno del corpo materno immediatamente prima della nascita dei piccoli, che variano da 2 a 15 piccoli (mediamente una decina) che possono essere lunghi da 12 a 25 cm. I piccoli nascono normalmente in settembre e sono autosufficienti ed immediatamente provvisti di zanne e ghiandole velenifere, mentre la madre deve attendere qualche anno prima di essere nuovamente fecondata. La vipera si nutre di nidiacei di uccelli terricoli o caduti dal nido, di lucertole e di piccoli mammiferi che ne rileva di calore, mediante l’agguato, fulmineamente attacca iniettandogli il suo veleno attraverso le sue zanne retrattili che fuoriescono solo quando l’animale apre la bocca per azzannare la preda e si ritirano quando, invece, la chiude, il veleno agisce prontamente, uccidendo le prede che così vengono ingoiate. A sua volta la vipera é predata da molte specie di mammiferi quali il Cinghiale, la Martora, il Riccio e da grossi uccelli rapaci ma anche da altri rettili come il Biacco. Comunque, il suo più acerrimo nemico è però l’uomo, che la uccide, spesso senza motivo.

La vipera è il serpente italiano che più evoca atavici timori in gran parte delle persone, animale silenzioso e misterioso, custode di un incredibile potere primordiale, la vipera, come tutti i serpenti, è uno dei più vecchi e più diffusi simboli mitologici: il suo veleno è associato al potere di guarire, condannare, o donare una maggiore coscienza espansa. Il suo cambiar pelle la rende simbolo di rinnovamento e rinascita, anche di immortalità. Nella realtà la sua aura di onnipotenza e di stregoneria é molto ridimensionata, infatti, la vipera é un animale alquanto mite e, come sopraddetto, attacca l’uomo soltanto se si sente minacciata. Essa rappresenta solamente una presenza biologica molto importante ai fini dell’equilibrio ecologico dell’ambiente e, seppur indiscriminatamente uccisa a priori, essa è invece parte integrante e fondamentale nell’ecosistema. Infatti, come tutti gli animali, essa è un importante anello della catena alimentare contribuendo al mantenimento dell’equilibrio ambientale, ad esempio, cibandosi di piccoli mammiferi e roditori dannosi per l’agricoltura. Non corrisponde al vero che l’Ente Parco dell’Etna o il Corpo Forestale abbiano effettuato in passato un’immissione di vipere sul territorio del Parco.

I vigneti acquatici della Ducea NELSON

TERRITORIO DI RANDAZZO

I VIGNETI ACQUATICI DELLA DUCEA NELSON

Testo a cura di Enzo Crimi – già Commissario Superiore del Corpo Forestale della Regione Siciliana, saggista, divulgatore ambientale e naturalista, esperto di problemi del territorio.

Oggi vi parlo dei vigneti sommersi in località Gurrida di Randazzo che sono di proprietà privata e parte integrante di un più vasto e lussureggiante tavoliere a vocazione agricola ubicato su terreni caratterizzati dalla presenza in affioramento circostante di un consistente strato di suolo di natura agrario produttivo, originato dal disfacimento di ammassi detritici con presenze calcaree frammiste ad argilla. A causa della tessitura delle stratificazioni del suolo, nel periodo delle piogge, l’acqua è ristagnante e non di rado tende ad esondare ed allagare l’intero comprensorio. Queste terre lacustri posti ad ovest del lago Gurrida e altri terreni per una superficie di circa 15.000 ettari, a partire dal 1799 erano di proprietà del Re Ferdinando I° delle due Sicilie, da questi riscattate dall’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo e donate in seguito insieme agli abitanti dei luoghi all’ammiraglio inglese Horazio Nelson (Ducea Nelson) per gratitudine di aver represso “uomini scellerati e malvagi” della Repubblica partenopea che tentavano di sottrargli il regno. Dopo alterne vicende, i terreni agricoli, i boschi dei Nebrodi, l’odierno castello Nelson e un’antica abbazia benedettina, dal 4 Settembre 1981 vengono venduti dall’ultimo erede, Duca Alexander Nelson Hood al Comune di Bronte. I boschi e gran parte dei terreni posti a ovest di questo sito dei “nostri” vigneti sommersi, vengono venduti all’Azienda Foreste Demaniali, mentre i terreni agrari, dopo alterne vicende, scioperi e in considerazione della legge di Riforma Agraria, vennero in parte assegnati ai contadini della Ducea ed in parte venduti dai Nelson con agevolazioni di acquisto, ma questa è un’altra storia.

I vigneti sommersi in località Gurrida e nella Ducea Nelson coltivati con vitigni di grenache o alicante originari dei Pirenei, furono introdotti in questo territorio nel 1868 da un enologo della ducea Nelson verosimilmente per contrastare la filossera che è una malattia delle viti, attraverso la loro sommersione nell’acqua. Questi insoliti vigneti, unici nel loro genere in questo comprensorio e coltivati con il metodo dell’agricoltura biologica, generano nobili uve da vino, dalle quali si produceva un corposo vino color rubino una volta molto apprezzato dal mercato interno ed estero e identificato con il nome “Victory”, a ricordare il nome della nave ammiraglia della flotta inglese al comando di Lord Nelson. Sembra che questo vino della Ducea, sia stato presentato ufficialmente a Londra nel febbraio 1890 durante un pranzo e fu giudicato dai sommelier inglesi “…di colore rosso chiaro, buon corpo e puro, per aroma simile allo Sherry”.

Ma é possibile che un vigneto sommerso nell’acqua per mesi, possa vegetare e produrre il frutto? Ebbene si! Ragionevolmente non se ne capiscono le ragioni, eppure questo straordinario fenomeno accade soltanto nei vigneti vegetanti nei pressi del lago Gurrida, il quale, nel periodo invernale esonda e causa l’allagamento delle zone circostanti, compresi i circa 25 ettari di vigneti, un tempo fiori all’occhiello dell’agricoltura locale. Guardando questi vigneti immerse quasi completamente nelle acque, si potrebbe pensare a qualcosa di suggestivo e irreale, tuttavia, è anche un buon motivo per riflettere sulla genialità della natura che ha voluto esprimere questo patrimonio, da salvaguardare per la grande capacità di questa vite di adattarsi. Per tali caratteristiche, questo vitigno costituisce un’autentica unicità e conferma che la Madre Natura non si tira mai indietro di fronte ad una sfida, è talmente imprevedibile e capace di adattarsi a situazioni cosi estreme che spesso nessuno riesce ad immaginare di cosa essa sia capace.

Oggi purtroppo, questi vigneti hanno poca evidenza produttiva, tuttavia, i tempi in cui la produzione vinicola era in auge, sono testimoniati dalla storica e capiente cantina esistente all’interno dell’Azienda Gurrida. Si tratta di una sorta di museo del vino, dove potere ammirare i palmenti in muratura, le macchine e l’attrezzatura enologica e le grandi botti in legno di castagno dell’Etna dove veniva conservato il vino. Agli inizi del secolo scorso il vino, attraverso una locomotiva privata dell’Azienda e collegata con una piccola stazione della Ferrovia Circumetnea realizzata appositivamente nei pressi della proprietà, trasportava il vino nei porti di Catania e di Riposto, per poi proseguire verso i mercati italiani ed esteri. Sembra che nel corso della seconda guerra mondiale, questa cantina è stata il rifugio di alcuni soldati tedeschi, i quali, a colpi di pistola bucavano le grandi botti per prelevare il vino da bere e quando furono costretti a scappare incalzati dagli alleati, sversarono oltre 3 mila ettolitri di vino per terra. Le botti furono riparate ma conservano ancora gli sfregi causati dalla stupidità dei tedeschi in fuga, insomma, un museo del vino ma anche della memoria che ci riporta indietro nel tempo a ricordarci piccole e grandi storie di questo territorio e l’antica e importante produzione del vino della prestigiosa Azienda Gurrida.

In questo preciso momento storico, mi sembra doveroso riportare in questo scritto, che con grande tenacia i giovani proprietari dell’Azienda Agricola Gurrida, stanno tentando di risollevarsi e riemergere da un lungo periodo di precarietà organizzativa. Infatti, attraverso una volenterosa forma di gestione ecosostenibile con al centro la rivalutazione e la conservazione dei beni ambientali, stanno attivando alcune lodevoli iniziative di risanamento del degrado esistente, integrate con la valorizzazione delle produzioni enogastronomici del territorio, il cui prodotto di punta è il vino in quanto favorito dalle caratteristiche del terreno sopra raccontate, dunque, non solo ombre ma finalmente anche luci nascenti.

Colata lavica a bassa quota

 Mons Djebel 

          Dopo la vivace attività stromboliana dei primi giorni, con scosse di terremoto, tremori e bagliori, continua a fasi alterne ma senza sosta, l’attività effusiva dell’Etna che ci regala scenari bellissimi e suggestivi  immagini della lava che rotola sul terreno coperto dalla neve.
          La colata proviene da una bocca effusiva posta  in corrispondenza della parte più bassa della frattura eruttiva sud-occidentale, apertasi il 28 dicembre 2014. Dopo aver attraversato la zona pianeggiante a sud dei crateri sommitali, conosciuta anche come “Cratere del Piano”, la colata è passata ad ovest del Monte Frumento Supino dirigendosi verso la zona fra Milia e Galvarina, e dividendosi in due rami principali che già nella mattinata del 2 febbraio scorso, avevano raggiunto una quota poco sotto 2000 mt., senza peraltro rappresentare pericoli immediati.

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           L’Etna viene costantemente monitorata, tuttavia, come spesso capita, il grande Signore del fuoco, al momento preferisce solo fare sentire la sua presenza, attraverso fenomeni di manifestazione, insomma, per così dire: io ci sono!!!

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           L’attività vulcanica nell’area etnea trae le proprie origini in epoche geologiche relativamente recenti, probabilmente nel pleistocene tra 700.000 e 500.000 anni fa, quando a Nord si formava la pianura padano-veneta e nella nostra isola l’Etna o, come veniva chiamato anticamente con un binomio latino-arabo; il Mons Djebel (Mons Gebel), il monte dei monti.
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         L’Etna, avente un volume di circa 500 km3, è il vulcano attivo più grande d’Europa e uno tra i più grandi del mondo. Il territorio dell’Etna si innalza dalle rive del mare Jonio sino al cratere centrale, dove il nero delle lave si fonde con l’azzurro del cielo in un’unica tonalità di grande impatto visivo.
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          La sua base ha una forma quasi ovale di circa 1.600 km2, con l’asse maggiore, in direzione Nord-Sud, lungo circa 60 km e quello minore, in direzione Est-Ovest, di circa 40 km. Il perimetro, di 150 km, è segnato dai fiumi Simeto ed Alcantara e, per circa 30 km, dal Mar Ionio. A Sud, la piana di Catania separa il vulcano dai Monti Iblei, più antichi e di origine vulcanica; a Nord, invece, l’Etna confina con i Monti Peloritani, costituiti prevalentemente da rocce granitiche.
          Le prime eruzioni sottomarine e quindi l’accumularsi delle numerose lave di base, sommate ad un generale sollevamento tettonico dell’area, provocavano l’emersione di tutta la zona, dove prima esisteva un grande golfo, che oggi possimo individuare tra i corsi dei fiumi Alcantara a Nord e Simeto a Sud-Ovest.  

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 ” …vedemmo l’Etna ondeggiante dalle fornaci spaccate e rotolare sfere di fiamme e macigni di lava, allora, io ero la, sulla più alta delle montagne, e tutto intorno a me c’era l’intero cerchio del mondo.
          E mentre ero la, vidi più di ciò che posso dire e capii più di quanto vidi; perché stavo guardando in maniera sacra la forma spirituale di ogni cosa e la forma di tutte le cose che, tutte insieme, sono un solo essere “l’Etna, il grande Signore del fuoco”

(E. Crimi)

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Gaia

GAIA, IL PIANETA VIVENTE

(di E. Crimi)

          Sulla terra siamo circa 7 miliardi di persone, abbiamo plasmato il mondo a nostra immagine, abbiamo costruito immense città dove viviamo, abbiamo realizzato porti e spianato isole per costruire le nostre fabbriche, con le nostre navi trasportiamo persino le foreste. La terra ci ha consegnato le sue immense ricchezze naturali e tutte le forme di vita sulla terra sono a noi sottomesse. Comprendiamo le conseguenze del nostro potere? Frughiamo incessantemente in ogni angolo del globo per nutrirci, siamo diventati i più grandi predatori.
          Inquinamenti, disboscamenti, riscaldamento globale, sfruttamento massiccio delle risorse naturali, questo nostro viaggio ci ha portati molto lontano ed è arrivato il momento di renderci conto di cosa sta accadendo. La terra è talmente estesa che siamo arrivati a credere che abbia risorse talmente infinite, ma ci sbagliamo, il nostro pianeta ha una limitata capacità di rinnovamento che dobbiamo assolutamente imparare a gestire. Questa è la ragione per cui sin dall’origine, tutto ciò che vive sulla terra rispetta regole e ritmi è il principio della legge della natura, e noi vogliamo restare sulla terra? Vogliamo avere un posto per noi anche un domani? Forse l’uomo, con la sua mente piccola, non ha ancora la piena consapevolezza della gravissima crisi ambientale che sta vivendo. L’umanità sta commettendo un grave errore, la “Madre terra” da dove veniamo sembra così lontana. Non guardiamo più alla bellezza del pianeta ma solo a quanto può fare per la nostra specie e cosa ci permette di produrre.
          Tutto ciò che vive intorno a noi è danneggiato dalla nostra esistenza. Lasciamo impronte ovunque andiamo. Forse stiamo sognando se pensiamo di andare avanti con questa frenetica crescita senza che vi siano conseguenze. Forse non è lontano il momento in cui l’umanità dovrà guardarsi allo specchio e fare i conti con un forviante concetto di progresso e di sviluppo a tutti i costi, forse arriverà il tempo di trovare radicali soluzioni ad un quadro globale devastante che, di giorno in giorno, si aggrava sempre di più.
          L’uomo può evolversi solo se capisce che è in armonia con la collettività. Pur sapendo cosa sta accadendo, non possiamo più cambiare il corso degli avvenimenti, ma forse una nostra coscienza collettiva innescherà una reazione a catena e salverà la nostra specie se reagiremo in tempo. Il pianeta è nostro… e ora… dove andremo? Come siamo arrivati a questo punto in cui non vediamo più ciò che ci circonda? Per capirlo dobbiamo tornare indietro sino alle origini.

 

Grotta del gelo

RANDAZZO E LA GROTTA DEL GELO

          La Grotta del Gelo è la cavità di origine vulcanica più conosciuta dell’Etna, si è formata a circa 2040 m. slm sul versante nord-occidentale dell’Etna, in territorio di Randazzo, ha uno sviluppo di circa 125 metri e un dislivello di metri 30 circa. Anticamente utilizzata dai pastori per abbeverare il gregge, oggi è meta ambita dell’escursionismo etneo. Infatti, l’affascinante spettacolo offerto dalla visione di un piccolo ghiacciaio rappresentato da un consistente deposito naturale perenne di neve ghiacciata, ha stimolato da sempre la curiosità degli escursionisti che ritengono la grotta, certamente una delle più note delle oltre 220 presenti sull’Etna.

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Da sempre la grotta del gelo ha rappresentato un intrecciato motivo di studio storico ed anche geologico dell’intrigante mondo ipogeo e del suo lento ed incessante scorrere del tempo. Un affascinante ed inconsueto viaggio all’interno delle recondite profondità, immersi in un silenzio magico, laddove in piena estate il ghiaccio cede il posto ad incantate ombre che si incontrano e si confondono in un gioco sempre nuovo ma occulto, che profuma di misterioso e arcano, ma che ogni piccola disattenzione può trasformarsi in rischiosa trappola. Il suo nome è la sua notorietà, sono dovuti alla sua caratteristica di mantenere una gran massa di ghiaccio al suo interno per quasi tutto il periodo dell’anno, ciò dovuto alla neve che viene spinta dal vento al suo interno facilitata dalla lieve inclinazione del suolo, alle infiltrazioni dell’acqua che si congela per le temperature fredde e al difficile scambio termico con l’ambiente esterno. Con queste condizioni climatiche, la massa glaciale, trovando condizioni di temperatura più favorevoli, ha eseguito una traslazione sul fondo della grotta dove mantiene il suo spessore, rendendo a periodi impraticabile il cunicolo finale.

Per visitarla in primavera, si procede con l’utilizzo di attrezzatura alpinistica tra cumuli di neve presenti sin dall’inizio della galleria e attraverso stallatiti di ghiaccio pendenti dalla volta e un scivoloso strato di ghiaccio, si arriva ad un piccolo ambiente pianeggiante coperto da uno tappeto di ghiaccio cristallino, dal quale traspaiono grossi massi incastonati al suo interno. Da questo si dipartono due gallerie “rivestite” dal ghiaccio invernale: la prima diventa quasi subito impraticabile a causa della gran massa di ghiaccio, la seconda, più ampia, si sviluppa interamente all’interno del ghiacciaio direzione sud e verso l’uscita.

Grotta del gelo

Stalattiti di ghiaccio nella grotta del gelo

          La Grotta del Gelo rappresenta un caratteristico esempio di cavità ipogea originata da meccanismi eruttivi, essendo stata prodotta dal parziale svuotamento di una colata lavica, ed è abbastanza singolare per la notevole ampiezza che supera quella media delle comuni grotte laviche. Essa si apre a monte e precisamente nella parte iniziale delle famose “lave dei dammusi” che costituiscono il prodotto dell’eruzione che in diverse fasi e per 10 anni (1614-1624) interessò il versante settentrionale dell’Etna. Si tratta di una grotta di scorrimento lavico che segue un processo evolutivo che ha origine dalle colate laviche, le quali scorrendo lungo le pendici del vulcano, alle volte si creano dei percorsi per così dire paralleli. La parte esterna, in quanto a contatto con l’atmosfera, tende a raffreddarsi e a solidificarsi prima, mentre il flusso lavico all’interno della colata mantiene il suo calore e continua a scorrere come in una galleria, sino a quando viene alimentato. Quando la colata incomincia ad estinguersi e pertanto il flusso non riceve più propulsione, la condotta si svuota e lascia il posto ad una grotta di scorrimento lavico.

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Attualmente la Grotta del Gelo non gode di ottima salute. Infatti, mentre all’inizio della sua formazione avvenuta verosimilmente verso la prima metà del XVII secolo, cioè qualche decina di anni dopo la fine dell’eruzione all’interno della quale si formò, il ghiaccio della cavità raggiungeva uno spessore di circa 2 metri, in questi ultimi anni il ghiaccio al suo interno si assottiglia sempre di più, tanto che a estate inoltrata ne rimane pochissimo e pertanto, essa perde il suo fascino. Ciò è dovuto probabilmente alle variazioni climatiche che stanno interessando il nostro pianeta, alle temperature meno rigide e nevicate sempre meno abbondanti, ai numerosi movimenti sismici del terreno che creano infiltrazioni d’aria che indeboliscono le proprietà coibenti della grotta e non ultimo, al disordinato afflusso dei visitatori che certamente andrebbe regolamentato.

 - E. Crimi -

Gruppo di escursionisti in visita alla Grotta del gelo

I Calanchi

I CALANCHI

– (di E. Crimi) –

           Il calanco è un fenomeno complesso di franamento ed erosione dei terreni fortemente argillosi, tipico del clima mediterraneo. Affinchè questo si formi, sono necessarie alcune condizioni ed in particolare, è necessario che il terreno sia prevalentemente argilloso ma con una certa percentuale di sabbia, i versanti siano con pendenza elevata ma non eccessiva, i terreni siano esposti preferibilmente a sud, il suolo sia sottile e il clima caratterizzato da fenomeni temporaleschi e stagioni secche. L’argilla è un terreno formato da particelle microscopiche di forma lamellare, che aderiscono fra loro. In questi terreni, le gocce d’acqua di un temporale penetrano attraverso le fessurazioni, provocano la disgregazione di piccole particelle di terra e favoriscono il rigonfiamento, indi l’azione solare provoca il ritiro e le spaccature, definite desquamazioni e spappolamento delle argille. In terreni a forte pendenza, una volta spappolata l’argilla viene messa in movimento dal ruscellamento dell’acqua piovana e sottoforma di fiume di fango, prima in forma lieve, poi, asportando ulteriori particelle di terra, in forma sempre più grave, fino a scaricare e smantellare il monte che tende ad essere livellato, si riversa sui campi, sulle strade e i centri abitati, creando danni alle persone e alle cose. Una volta per la sistemazione dei calanchi si adoperavano mezzi meccanici per il modellamento delle creste, o esplosivi, o correttivi del terreno, o prodotti chimici che modificavano la natura stessa dei terreni (flacculazione dell’argilla).

Calanco

Oggi creando la regimazione delle acque con canali erodenti sulle creste e canaletti di raccolta negli impluvi, si cerca di eliminare le acque superficiali, impedire le colate fangose, facilitare l’attecchimento della vegetazione e accelerando la demolizione delle creste. Il terreno si spoglia rapidamente del suolo, i rigagnoli s’ingrandiscono e si approfondiscono creando dei fossi e aumentando di numero fino a disegnare un fitto reticolo idrografico in miniatura, con vallecole dai fianchi ripidissimi in cui l’erosione di fondo è più veloce di quella laterale. Nella parte alta del calanco, invece, la pendenza è così elevata che il terreno argilloso non può essere stabile: piccole frane si staccano continuamente, provocando l’arretramento del calanco fino alla sommità della collina. I minerali che compongono l’argilla contengono poche sostanze nutritive, pertanto, se le condizioni sono favorevoli al fenomeno, la velocità di erosione è superiore a quella di pedogenesi, cioè alla formazione di suolo adatto ad ospitare vegetazione, ne consegue che le radici delle piante penetrano con difficoltà, respirano male e attecchiscono faticosamente.